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Psicoterapia ed Ipnosi: validi alleati contro le malattie

PSICOTERAPIA ED IPNOSI: VALIDI ALLEATI CONTRO LE MALATTIE

È ormai premessa centrale di tutti i miei articoli che una malattia (fisica o psichica) non è puramente un problema riconducibile esclusivamente o al corpo o alla mente, ma piuttosto un problema di tutta la persona, che include quindi il corpo, la mente, le emozioni.

Gli studi della PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) hanno dimostrato infatti che “non possiamo più attribuire alle emozioni e agli atteggiamenti mentali minore validità che alla sostanza fisica, anzi, dobbiamo considerarli segnali cellulari che traducono le informazioni in realtà fisica, che trasformano letteralmente la mente in materia ”. (da Molecole di Emozioni di Candace Pert).

Questo accade perché siamo un sistema integrato mente-corpo nel quale la componente psicologica (psico), la componente neurologica (neuro), il sistema endocrino e il sistema immunitario, interagiscono tra loro in maniera costante.

Moltissimi studi della PNEI (e non solo) stanno dimostrando come un atteggiamento mentale negativo, una forte condizione di stress cronico o uno stato emotivo negativo persistente per troppo tempo, possano favorire nell’individuo l’insorgere di malattie di qualsiasi natura. Sottolineo il termine “ favorire ” in quanto non mi pongo dalla parte (sarei incoerente) di chi dice che la componente psichica sia l’unica responsabile così come può esserlo la componente fisica. Gli opposti, si sa, hanno sempre qualcosa che manca.

Una risposta emotiva negativa, quindi, innesca una serie di risposte fisiologiche che sopprimono le difese naturali del corpo e lo rendono sensibile ad eventuali disagi fisici.

La mente, intesa come unità pensante e percettiva diversa dal cervello, svolge un ruolo importante: quando noi pensiamo e proviamo emozioni, a livello biochimico si attivano trasformazioni particolari che influenzano in maniera determinante la nostra biologia. Per questo motivo, la mente può influenzare il corpo, e avere un ruolo determinante sia nel favorire una malattia, sia nella cura della stessa e nella tutela della salute.
I pensieri, le emozioni e i comportamenti interagiscono con le cellule e i tessuti, influenzando il sistema energetico: essi, se adeguatamente trasformati ed usati, contribuiscono alla salute e al processo di guarigione.

È stato per me molto affascinante leggere le ricerche del Prof. Carl Simonton, medico-radioterapista (direttore dapprima del centro di ricerca sul cancro a Dallas-Texas e successivamente, sino alla sua morte nel 2009, direttore del centro di ricerca Simonton Cancer Center in California), il quale, assieme a sua moglie Stephanie Matthews-Simonton, psicologa, negli anni ha seguito moltissimi malati di cancro con ottimi risultati.

Le prime ricerche dei coniugi Simonton dimostrarono che malati terminali di cancro (aspettativa di vita di massimo 12 mesi), se supportati da un percorso psicoterapeutico, presentavano significative differenze di sopravvivenza, non spiegabili dal punto di vista della scienza medica.

I Simonton, nella loro esperienza, avevano identificato due gruppi di pazienti malati di cancro: i primi caratterizzati da un atteggiamento di apatia, depressione e rinuncia, il che portava, molto spesso, ad un rapido peggioramento della malattia. I secondi invece erano malati che si ponevano una motivazione esistenziale, seguivano un percorso di potenziamento psicoterapeutico e (soprattutto) concentravano i loro pensieri e le loro emozioni (atteggiamento mentale) sulle aspettative di guarigione e non su quelle di decesso.

Una delle tecniche utilizzate principalmente in questa ricerca, consisteva nel far visualizzare ai pazienti la malattia, far visualizzare la cura che la distrugge (in quel caso la radioterapia) e le risorse naturali che li aiutavano a guarire.

In pratica, tutto ciò che in ambito psicoterapeutico prende il nome di “Ipnosi” o “Visualizzazioni Guidate“.

L’obiettivo era (ed è) quello di creare una “attivazione dei due emisferi cerebrali finalizzata a potenziare tutte le risorse del sistema immunitario, “bombardandolo” con la liberazione di neurotrasmettitori da parte delle cellule neuronali” (Enzo Soresi, Il Cervello Anarchico).

Una delle tecniche più efficaci oggi in campo medico è, per l’appunto, l’Ipnosi:

L’ansia e la paura sono aspetti molto importanti nei pazienti affetti da gravi malattie (come il cancro): indurre quindi sentimenti di calma e tranquillità attraverso l’ipnosi permette al sistema immunitario di funzionare al massimo grado, aiutando la lotta contro la malattia.

L’ipnosi agisce:

  • sul dolore;
  • sui sintomi collaterali prodotti dalla chemioterapia;
  • sull’ansia;
  • sul sistema immunitario.

Ad oggi, ad esempio, gli studi e i risultati delle ricerche del Prof. Simonton sono tutt’ora applicati in molti pazienti malati di cancro, sotto il nome di “Metodo Simonton”, che unisce il trattamento farmacologico contro la malattia ad un percorso di supporto psico-emotivo.

Il malato, quindi, può imparare a re-interpretare (cambiare la prospettiva) circa la sua malattia, la propria realtà, scoprendo nuove possibilità: una malattia che può essere sconfitta non solo da un punto di vista fisico (passiva somministrazione di farmaci o terapie) ma da un punto di vista pro-attivo.

Solo per rafforzare la mia riflessione, cito lo studio della Stanford University e la University of California, i cui ricercatori di Berkeley nel 1989 hanno concluso, ad esempio, che le donne con carcinoma mammario avanzato, che hanno ricevuto consulenza psicoterapeutica, vivevano circa due volte più a lungo di quelle che non ne ricevevano.

Non solo un atteggiamento mentale positivo ma anche uno stile di vita sano ed equilibrato può contribuire al favorire la guarigione del paziente.

Fortunatamente oggi, purtroppo non ovunque, la collaborazione tra medico e psicologo è sempre più forte.

Il mio desiderio più grande è quello che tutti i professionisti del settore sanitario possano iniziare a vedere l’individuo non come una malattia da curare secondo standard predefiniti, ma come una persona unica, a sé stante, che segue le proprie regole interne e che ha le potenzialità di re-agire al decorso di una malattia (o alla prevenzione della stessa) in maniera completamente diversa a seconda della propria motivazione e atteggiamento interiore.

Il mio auspicio, come psicologo e professionista sanitario, è quello che ognuno possa imparare a percepire la propria persona come un sistema integrato a 360° tra mente e corpo.

Il supporto psicoterapeutico è fondamentale e molto efficace. Il mio dispiacere e rammarico come psicologo nasce dal fatto che, molto spesso, un percorso psicoterapeutico non venga neppure preso in considerazione come valido alleato contro le malattie.

E’ invece la totale sinergia tra trattamento medico e percorso psicoterapeutico a fornire alla persona le più alte probabilità di successo riguardo la propria guarigione.

FONTI

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psicologobari

RABBIA SANA IN CORPORE SANO: gli effetti della rabbia sul corpo

“RABBIA SANA IN CORPORE SANO”

La Rabbia è una delle emozioni fondamentali, di cui gli umani (e i mammiferi) sono dotati per affrontare in modo adattivo l’ambiente a fini di sopravvivenza.

La Rabbia è, tra le emozioni, quella che maggiormente si manifesta a livello corporeo.

Quando siamo arrabbiati possiamo infatti percepire:

  • Nodo allo stomaco;
  • Contrazione della mascella o delle mani;
  • Pelle umida o arrossata;
  • Respirazione affannosa o veloce;
  • Mal di testa;
  • Agitazione;
  • Difficoltà di concentrazione e pensiero;
  • Vista annebbiata;
  • Tachicardia;
  • Tensione alle spalle ed al collo.

Oggi giorno si parla molto spesso di psicosomatica, ovvero quella branca della psicologia clinica che si occupa di comprendere la connessione tra un disturbo somatico (corporeo) e la sua possibile eziologia (causa) di natura psicologica.

È ormai assodato da tutta la comunità scientifica che si occupa di benessere (e non solo) che esiste una fortissima inter-connessione tra mente e corpo, connessione che fa sì che eventuali disagi di natura fisica influenzino fortemente la nostra psiche e che eventuali disagi di natura psicologica possano influenzare fortemente il nostro corpo.

Questa inter-connessione non vale esclusivamente per i disagi ma ovviamente anche per gli stati di benessere.

Mens sana in corpore sano” dicevano gli antichi. Ed avevano ragione.

Parlando di Rabbia, quanto ci conviene, quindi, essere sempre arrabbiati?

Vediamo nel dettaglio cosa accade nel nostro cervello e nel nostro corpo quando ci arrabbiamo:

  • Quando ci arrabbiamo la prima parte del cervello ad attivarsi è l’Amigdala, che si trova all’interno del lobo temporale. Essa controlla le emozioni e ci dà la spinta a reagire in caso di stress, paura o sensazione di minaccia. In pochi millisecondi l’Amigdala è in grado di elaborale le informazioni pericolose che ci provengono dall’esterno e trasformarlo in istinto prima ancora di pensare a quello che si sta facendo.
  • Successivamente (parliamo di nanosecondi) si attivano le aree del cervello chiamate Ippocampo (che tra le varie funzioni controlla anche le emozioni) e l’Ipotalamo (una struttura del sistema nervoso centrale coinvolta nell’aggressività)
  • Successivamente le ghiandole surrenali producono adrenalina e cortisolo dando energia e forza al corpo per reagire. Questo provoca il defluire del sangue verso i muscoli che si preparano alla “lotta”, aumenta la pressione sanguigna e la temperatura corporea e il respiro diventa più affannato.

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Cosa provoca, quindi, essere troppo spesso pronti alla “lotta” (e per lotta intendo anche quella verbale verso gli altri) ed essere in un costante status aggressivo?

  • Un interessantissimo studio dei ricercatori della Iowa State University, i quali hanno monitorato 1.307 maschi per un periodo di circa 40 anni, ha dimostrato che chi si arrabbia più spesso ha un rischio di morte prematura 1,57 volte maggiore rispetto agli uomini meno iracondi del campione analizzato.
  • Nel 2000, sulla rivista Circulation, è stato pubblicato uno studio della McMasterUniversity di Hamilton (Canada) che ha dimostrato come gli attacchi di rabbia possono raddoppiare i rischi di attacco cardiaco.
    I ricercatori hanno preso in considerazione circa 12.000 volontari che hanno avuto un infarto almeno una volta nella loro vita, intervistati in più di 260 centri di salute di 52 Paesi diversi. Gli esperti, rivolgendosi ai pazienti, si sono concentrati sul loro stato emotivo e sulle loro attività fino a 24 ore prima dell’attacco di cuore, scoprendo come, nella maggior parte dei casi, l’infarto era stato preceduto da forti attacchi di rabbia.
  • Nel 2009 è stata pubblicata sul Journal of the America College of Cardiology una sintesi di 44 ricerche effettuate in questo campo. I risultati indicavano che i soggetti che mostravano rabbia cronica avevano un rischio di sviluppare problemi cardiaci maggiore del 19% rispetto ai soggetti non particolarmente inclini a sperimentare quest’emozione. I ricercatori ritengono che la rabbia produca effetti negativi sul corpo aumentando le risposte attacco-o-fuga e stimolando l’asse dello stress (definito asse ipotalamo-ipofisi-surrene), il quale produrrà una serie di effetti neurochimici a cascata. Essere troppo spesso sotto stress (causato o meno da rabbia) velocizzerebbe il processo di aterosclerosi: è stata infatti riscontrata un’alta concentrazione di CRP (una sostanza collegata all’aterosclerosi e al rischio di futuri infarti) nei soggetti particolarmente inclini alla rabbia.

Scrivendo questo articolo non voglio affermare che provare rabbia fa sempre male, anzi, fa molto bene, se provata in maniera sana.

La rabbia è un’emozione umana tra le più primitive e in molti casi è funzionale. Anche “sopprimere” la rabbia ha molti lati negativi. La rabbia ci aiuta a difenderci, a tirarci fuori dai pericoli, a fare la “voce grossa” quando serve, a dimostrare di esserci al mondo come persone, affermare di aver subito un torto o una delusione in maniera diretta, affermare di non essere d’accordo su di un tema o argomento e molto altro.

Essa diventa disfunzionale quando è pervasiva dell’intera vita emotiva della persona, quando è cronica e non più legata a specifiche situazioni di vita ma diffusa.

Io posso essere arrabbiato a causa di una situazione ma non posso essere sempre arrabbiato.

La rabbia è sana solo se contestuale o situazionale, solo se ha un inizio, una durata ed una fine.

Se portiamo con noi l’emozione della rabbia anche al di fuori del contesto che l’ha alimentata, chiediamoci come mai.

Se così fosse, potrebbe essere molto utile scoprire le cause di questa rabbia, che molto spesso sono antiche (quindi inconsapevoli), e quali sono le modalità che si mettono in atto quando ci si arrabbia con il fine di migliorarle.

Ricorda che provare rabbia in maniera esplosiva o costante fa male a te e non solo, anche a chi ti circonda.

Se quindi sei una persona che prova spesso rabbia, alcune domande da farti possono essere:

Quanto mi fa bene?

A cosa mi serve veramente essere sempre arrabbiato?

Quali pensieri influenzano (e alimentano) il mio stato emotivo di rabbia?

Quali luoghi, persone, situazioni, fungono maggiormente da stimolo?

Quali sono i segnali di allarme della mia rabbia?

Ed infine, e direi soprattutto: Cosa posso fare per essere meno arrabbiato? Per essere arrabbiato in maniera “sana”?

Fonti:

Neurofisiologia dell’Aggressività

https://www.ilmattino.it/societa/persone/rabbia_costante_rischi_salute-1306128.html

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/cardiologia/rabbia-e-stress-aumentano-il-rischio-di-avere-un-infarto

https://www.app4health.it/-/no-all-attivita-fisica-con-rabbia-o-dopo-emozioni-forti

https://www.focus.it/scienza/salute/salute-l-ira-funesta-gli-uomini-maggior-rischio-di-morte-precoce

http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18507

 


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tre setacci

Il test dei tre setacci

Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

IL TEST DEI “TRE SETACCI”

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza.

Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:
“Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”

“Un momento“, rispose Socrate, “Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”

“I tre setacci?” chiese l’altro.

“Sì“, continuò Socrate. “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Io lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è VERO?”

“No… ne ho solo sentito parlare.”

“Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di BUONO?”

“Ah no, al contrario!”

“Dunque“, continuò Socrate, “vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. È UTILE che io sappia cosa avrebbe fatto questo amico?”

“No, davvero.”

“Allora“, concluse Socrate, “se ciò che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile, io preferisco non saperlo; e consiglio a te di dimenticarlo.“

Cosa ci spinge quindi, a volte, a criticare gli altri o a parlare male di loro?

Hai mai sentito parlare del meccanismo di Proiezione? O della parte Ombra presente in ognuno di noi?

LEGGI L’ARTICOLO SU PSICOADVISOR per saperne di più


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giudizio

Racconti Terapeutici: L’asino

RACCONTI TERAPEUTICI

L’ASINO

C’era una volta un anziano uomo il quale, assieme alla moglie, al giovane figlio e al loro fedele asino, dovette affrontare un lungo viaggio, fino a giungere dall’altra parte del regno.

L’anziano uomo salì in groppa all’asino e, accompagnato dalla sua famiglia, iniziò il viaggio.

Giunti al primo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra di loro.

Hai visto quello? Il solito padre-padrone. Lui bello comodo sull’asino, mentre la moglie e il figlio li fa andare a piedi”.

Un altro ancora disse: “Un uomo dovrebbe camminare, non andare sull’asino. Povera donna, chissà come viene trattata!”.

Superato il villaggio, l’anziano uomo disse alla moglie: “Ascolta, quando attraverseremo il prossimo villaggio, sali tu sull’asino, così eviteremo commenti sgradevoli”.

La moglie salì sull’animale e la famiglia proseguì.

Giunti al secondo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra di loro.

Hai visto quella donna? È arrivata la principessa. Lei sull’asino mentre il povero marito, che è anche anziano, è costretto a camminare”. E così via battute e commenti simili tra loro.

Superato il villaggio, l’anziano uomo, sconcertato, disse al figlio: “Quando attraverseremo il prossimo villaggio, sali tu sull’asino”.

Il figlio obbedì e salì sull’animale.

Giunti al terzo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra loro.

Bella roba! I giovani d’oggi. Lui comodo comodo sull’asino, mentre i poveri genitori a piedi. Non c’è più rispetto ormai!”.

Superato anche questo villaggio, l’anziano uomo, ancora più amareggiato, disse alla moglie e al figlio: “Facciamo così, saliamo tutti e tre sull’asino, così magari non potranno dirci più niente”.

Giunti al quarto villaggio, non appena gli abitanti li videro, iniziarono a parlottare tra di loro.

Guardate quei disgraziati. Tutti e tre su quella povera bestia. Non hanno alcun rispetto per gli animali!”.

Usciti dal villaggio, l’anziano uomo, ormai stanco di tutti questi commenti, disse alla sua famiglia: “Ascoltate, da ora andiamo tutti a piedi e non se ne parla più”.

E così fecero.

Giunti al quinto e ultimo villaggio, non appena gli abitanti li videro, dissero: “Guardate che cretini. Hanno l’asino e vanno a piedi?”.


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psicologo bari

Grazie 2016…

Grazie 2016.

Grazie perché mi hai fatto capire che si può essere felici sempre,

grazie perché mi hai fatto capire che i fallimenti non esistono, ma esistono solo segnali che ti permettono di comprendere quale è la tua “vera” strada

grazie perché ho capito che se qualcosa accade ha un senso, se non accade ha un senso lo stesso

grazie perché mi hai fatto comprendere il meraviglioso benessere che si cela dietro il “lasciare andare” cose e persone che hanno fatto parte della tua vita

grazie perché mi hai fatto capire che il cercare a tutti i costi di incastrare un pezzo del puzzle in un posto non suo non è perseveranza bensì paura

grazie perché ho capito che il coraggio non è andare avanti a tutti costi ma aprirsi a nuove possibilità

grazie perché non è ciò che mi accade ad essere positivo o negativo ma è il significato che io stesso do alle cose a renderle tali

grazie perché ho capito che il mondo è talmente grande che racchiuderlo in un pugno è come pensare di guardare il cielo e pretendere di stare osservando l’universo

grazie perché ho capito che quando la tua anima è pronta lo sono anche le cose attorno a te (e non il contrario)

grazie perché ho scoperto la meravigliosa sensazione che si nasconde nella collaborazione tra sogni e praticità

grazie perché ho scoperto che la felicità non è uno stato d’animo ma uno stato di essere

grazie perché ho conosciuto persone nuove e meravigliose e ho riscoperto persone già conosciute

grazie perché ho percepito che perdonare non è debolezza ma un grande segnale di maturità

grazie perché ho compreso che la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati in altri progetti

grazie perché ho capito che è più faticoso resistere al cambiamento che cambiare

grazie perché sono io la causa delle mie conseguenze (nel bene e nel male) e non altre persone o eventi esterni

grazie perché da oggi sono io che decido se dare più peso a ciò che manca oppure a ciò che ho e che posso avere

grazie perché ho capito sempre più che mi piace ascoltare per comprendere e non per rispondere

grazie perché è bello dire grazie al mondo che ha girato per 365 giorni (ed 1 secondo) intorno al sole senza mai fermarsi

grazie 2017 che sei iniziato

Marco Magliozzi – Psicologo Bari


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psicologo bari

Cos’è la zona di comfort? Le bugie che ti bloccano

Cos’è la Zona di Comfort? Se ne sente parlare tanto spesso nel mondo della psicologia (e non solo)

Scopri cos’è leggendo questo meraviglioso articolo:

5 bugie che ti imprigionano nella tua zona di comfort

Fonte: psyche.org – Autore: Francesco Boz

psicologo bari


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Il Dottor Domani Lo Faccio – Racconti Terapeutici

IL DOTTOR DOMANI LO FACCIO e la vicenda della cravatta gialla – Racconti Terapeutici

Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

Il dottor Domani Lo Faccio aveva lo studio sempre pieno. Viveva in una casa fuori paese, in campagna, nella quale ospitava anche i suoi pazienti. Era conosciuto da tutti come il medico del paese. La sua caratteristica era che vestiva sempre di grigio: cappotto grigio, giacca grigia, camicia grigia, cravatta grigia, pantolone grigio, scarpe grigie e cappello grigio. Le sue tante sfumature di grigio gli davano davvero poco di attraente, ahimè, ma non che glie ne importasse molto: era diventata una sua abitudine e gli stava bene cosi.

Da qualche giorno però il dottor Domani Lo Faccio si accorse di avere lo studio sempre vuoto. E la sala d’aspetto sempre piena. Tutto era cominciato da quando al negozio di vestiario in paese avevano esposto in vetrina una meravigliosa cravatta gialla, cosi gialla che sembrava contenesse il sole stesso. Il dottor Domani Lo Faccio, una delle tante volte che andava in paese, passò davanti la vetrina e la vide: qualcosa dentro di lui si mosse ma non capì cosa. Ne rimase ammaliato per qualche secondo, prima di proseguire. Da quel giorno, ogni volta che passava davanti la vetrina, si fermava ad osservare la cravatta. Tutte le persone che lo guardavano curiose gli chiedevano: “passa qui tutto il suo tempo, ma perchè non entra e la compra?“. Oppure: “è proprio una bella cravatta. Perchè non si fa un bel regalo?“. Ma lui rispondeva sempre frasi del tipo: “si si, domani lo faccio“, oppure, “ma no no, chi mai indosserebbe una cravatta cosi, di solito non si usa“, oppure ancora, “nessuno la comprerebbe“, o anche “ma io sono fatto così“, “è normale che resta in vetrina, è troppo vistosa“, “prima o poi ci faccio il pensiero“, “mi conosco, non la indosserei mai” e cosi via.

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Molti giorni si susseguirono simili a se stessi quando, un pomeriggio come tanti, bussò alla sua porta un uomo che esordì: “Buongiorno! Vorrei essere visitato da lei“. Il dottore lo fece accomodare e l’uomo, nonostante fosse il primo paziente della giornata, si sistemò in sala d’aspetto. “Prego si accomodi” disse il dottore all’uomo ma lui gli sorrise e rispose “non si preoccupi, domani mi accomodo“. Il dottore lo guardò stupito e subito dopo bussò alla porta qualcun’altro. Senza pensarci troppo andò ad aprire. “Buongiorno” disse un altro uomo, “vorrei essere visitato da lei” e così dicendo entrò sedendosi in sala d’aspetto. Il dottore si avvicinò al nuovo venuto e gli chiese “prego, vuole entrare in studio?“. “No no, non si preoccupi, io sono fatto così” rispose lui. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva più cosa pensare. Passò qualche minuto e (dlin dlooooon) suonò alla porta qualcuno. Il dottore andò ad aprire. “Buongiorno” era una signora, “posso entrare?“. “Si accomodi” fece il dottore, e la signora si sedette in sala d’aspetto. “Vuole seguirmi in studio?” chiese poi. “No no, prima o poi ci faccio il pensiero“. Il dottore la guardò stupito chiedendosi chi fossero quei matti i quali, nel frattempo, si erano messi comodi sulle poltroncine a leggere le riviste poggiate sul tavolino. Nuovamente bussò qualcuno alla porta. “Buongiorno” era una coppia di vecchietti, un uomo e una donna, “possiamo entrare?“. “Si… certo” il dottore non era più tanto sicuro. I due si accomodarono in sala d’aspetto. “Volete entrare in studio?” chiese speranzoso il medico. “No no” risposero loro “io mi conosco, non lo farei mai, mia moglie, invece, è normale che resti qui“. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva davvero più cosa stesse accadendo. Il pomeriggio proseguì con questo andazzo, sino a quando, un paio d’ore più tardi, la sala d’aspetto dello studio si era riempita di persone le quali, senza un motivo apparente, si erano accomodate senza alcuna intenzione di farsi visitare. Arrivata la sera il dottore uscì dal suo studio, rimasto vuoto per tutto il tempo, e notò, con stupore, che le persone, molto semplicemente e come se nulla fosse, si alzarono ed andarono via, salutando e ringraziandolo gentilmente.

Il giorno dopo, quando il dottore aprì lo studio, trovò tutte le persone del giorno prima, in fila ordinata, ad attenderlo. Nuovamente si ripetè la stessa situazione. Ognuno di loro entrava, salutava educatamente, si sedeva in sala d’aspetto e, ad ogni invito del dottore ad entrare in studio, rispondeva (sempre cortesemente) “No no, non si preoccupi, magari domani” oppure “No guardi, nessuno si fa visitare di solito” e frasi di questo genere.

Questa bizzarra situazione durò per qualche giorno. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva più che pesci pigliare anche perchè, a causa di tutto ciò, molti pazienti “reali” che notavano la sala d’aspetto piena decidevano di andar via. Il lavoro non poteva di certo continuare così.

Un giorno, dopo aver accolto nel suo studio tutto quel gruppo di persone non intenzionate a farsi visitare, decise di uscire di casa (tanto restare lì era inutile) e si avviò in paese. Passò nuovamente davanti la vetrina del negozio nella quale, come sempre da qualche tempo, era esposta quella magnifica cravatta. Dopo essere rimasto lì qualche minuto (come sempre) ad osservarla decise che, questa volta, l’avrebbe finalmente comprata. Entrò nel negozio e, senza badare a spese, l’acquistò. Indossò la cravatta immediatamente e si sentì stranamente più leggero, sollevato e soddisfatto. Si incamminò verso casa e, facendo un bel respiro consapevole che avrebbe trovato il solito gruppo di pazienti in sala d’aspetto, entrò. Non appena videro il dottore, tutte le persone si alzarono e gli si avvicinarono sorridenti e gioiose stringendogli la mano o dandogli pacche sulle spalle: “sono guarito!” diceva qualcuno, “grazie dottore, grazie molte“, diceva qualcun’altro, “posso andare ora, grazie grazie” e così via. Man mano, un ringraziamento dopo l’altro, la sala si svuotò. Il dottor Domani Lo Faccio restò qualche istante sconcertato. Dopo aver riflettuto un po’ sull’accaduto, si infine sedette sulla poltrona dietro la sua scrivania e, guardando il suo riflesso sul vetro della finestra, fece un bel sorriso. Passò solo qualche istante e (dlin dlon) qualcuno suonò.

Marco Magliozzi – Psicologo Bari


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Il Piccolo Cavaliere

Metafore Terapeutiche – Il Piccolo Cavaliere (o la storia del cavaliere inconsapevole)

Metafora nata da un gruppo di lavoro all’interno del Seminario “Emozioni, Metafore e Cura” condotto da Consuelo Casula. Grazie a Francesca, Alessia, Fabio, Ezio e Claudio.

C’era una volta un cavaliere, sposato con una dama, la quale era in dolce attesa del loro primogenito. Il giorno della nascita, purtroppo, la donna non sopravvisse al parto. Il neonato viene affidato alle cure del padre che però, dopo pochi mesi, è costretto a partire per la guerra dalla quale non tornerà più.

Il bambino, ancora in fasce, viene adottato da una coppia di contadini, senza figli, che vivevano in una fattoria fuori il castello. I due lo allevano e lo crescono come se fosse davvero il loro figlio, dandogli tutte le cure di cui aveva bisogno. Il bambino cresce ed inizia a credere di essere davvero figlio di contadini, troppo giovane per ricordarsi di essere stato figlio di un cavaliere.

Gli anni passano ed il bambino diventa un ragazzo. Aveva imparato ormai tutto dai genitori adottivi su come allevare gli animali, coltivare la terra, tagliare la legna, fare tutte le varie faccende per portare avanti la loro fattoria. Ogni giorno amava allenarsi con un bastone di legno a giocare a fare il soldato, menava colpi all’aria o a qualche tronco d’albero, inconsapevole di essere in effetti molto in gamba. Con il tempo imparò anche a difendere la fattoria da qualche lupo che cercava di intrufolarsi per mangiare i loro animali.

Un giorno accadde che la fattoria venne attaccata da un gruppetto di banditi che volevano derubarli dei loro averi. Il ragazzo, per difendere la fattoria ed i suoi genitori, affrontò i malviventi armato del suo bastone ma, ahimè, venne battuto e malmenato. I banditi fecero man bassa di tutto ciò che potevano accaparrare e fuggirono.

Il ragazzo, adirato con se stesso per non essere riuscito a proteggere la sua casa ed i suoi cari, si recò dal fabbro del castello portando con se tutti i suoi risparmi. Entrò nel negozio del fabbro e senza troppe cerimonie disse: “Voglio comprare un’arma! Un’arma imponente e forte!“. Si guardò attorno osservando tutte le armi di cui il fabbro disponeva, spade, mazze, asce, accette, lance, e la sua attenzione si fermò su di una grande e pesante mazza di ferro dalla testa acuminata. “Ecco voglio quella!” esclamò convinto. Lasciò i suoi risparmi al fabbro ed acquistò l’arma. Tornò infine tutto soddisfatto alla fattoria, trascinando con se la pesante mezza.

Qualche tempo dopo i banditi tornarono. Il giovane, vedendoli arrivare da lontano, uscì ad affrontarli portando con se la nuova arma. I banditi all’inizio guardarono stupiti ed impauriti il ragazzo che maneggiava quella mazza cosi pericolosa, ma ben presto si accorsero che qualcosa non andava: la mazza era cosi pesante che i movimenti del ragazzo erano goffi ed imprecisi. Ed anche questa volta riuscirono a sconfiggerlo e malmenarlo.

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Sempre più adirato e questa volta anche ferito nell’orgoglio, il giovane tornò dal fabbro del castello. “Sono stato imbrogliato!” esclamò entrando, “volevo un’arma che mi aiutasse a far fuggire dei banditi ed invece sono stato sconfitto! Rivoglio indietro i miei soldi!“. Il fabbro lo guardò dapprima sorpreso, poi lo osservò con attenzione e gli chiese: “tu sei il figlio dei contadini che vivono nella fattoria fuori il castello?“. Il ragazzo rispose di si. “Allora ho qualcosa che fa per te” disse poi. Si recò nel deposito dietro il suo negozio e portò con se un’arma coperta da un lenzuolo, dalle dimensioni contenute. “Ecco, prendi questa” disse. “E cosa dovrei farci con questa?” chiese arrabbiato il giovane. “Fidati di me” rispose il fabbro, “porta indietro la pesante mazza che hai comprato e scambiala con questa“. “Ma come?” protestò il ragazzo, dopo tutte le monente che ho speso dovrei darti in cambio la mazza di ferro per un’arma cosi piccola?“. “Fidati di me” disse nuovamente l’uomo. Allora il giovane, titubante, accettò lo scambio, e tornò a casa.

Quando qualche tempo dopo i banditi tornarono, fiduciosi di avere ormai vita facile in quella fattoria, trovarono nuovamente il ragazzo ad affrontarli. Il giovane, con sua sorpresa, si accorse che i suoi movimenti erano cosi naturali, che gli sembrava di aver impugnato da sempre un’arma come quella. Con attacchi agili e precisi sconfisse i banditi e li costrinse a fuggire.

Il giorno dopo tornò dal fabbro del castello. “Ce l’ho fatta!” gli disse, “ma dimmi, che arma è l’arma che mi hai dato?“. L’uomo lo guardò sorridente e dopo qualche secondo rispose: “quella, ragazzo, è la spada di un cavaliere”.

Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari


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Perchè cliente e non paziente

Perchè preferisco usare il termine “cliente” e non quello di “paziente”

Tratto da Dizionario Internazionale di Psicoterapia (G. Nardone, A. Salvini)

“Il termine cliente compare in psicologia clinica con l’avvento degli approcci umanistici […]. Lo intruduce C.R. Rogers, con il suo modello di psicoterapia fondata sul cliente, perchè lo considera più adatto alla sua idea di soggetto attivo, responsabile e compartecipe al processo di cambiamento, rispetto a quello allora in uso “paziente”, inteso come come soggetto passivo che si affida alle cure dell’esperto, il quale, dall’alto delle sue conoscenze, dirige l’andamento della terapia. Secondo l’approccio umanistico ed esistenziale, il terapeuta non dovrebbe svolgere il ruolo di esperto, di giudice di ciò che è “sano” o “malato”, ma piuttosto agevolare il cliente nell’esprimere le sue innate capacità di autoregolazione e autorealizzazione. Indipendentemente dall’orientamento terapeutico seguito, questo termine viene oggi preferito a quello più classico di “paziente” da molti psicoterapeuti, sia per sottolineare la natura non medica del proprio intervento, sia per evitare di patologizzare il soggetto. L’accezione più ampia del termine “cliente”, rispetto a quella di “paziente”, sottolinea la possibilità che possa rivolgersi ad uno psicoterapeuta anche una persona con difficoltà non necessariamente caratterizzate da vere e proprie psicopatologie […]”.

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Cos’è l’Anima?

Leggiamo molto spesso di Anima, ne sentiamo parlare, molti cercano di spiegarci cos’è, qualcuno ci riesce qualcun altro no, magari nessuno mai ci riuscirà.

Esistono definizioni di Anima in senso spirituale, anima nel senso religioso, anima nel senso filosofico, anima come razionalizzazione scientifica, anima come pezzo del puzzle del nostro destino o come motore creatore del destino stesso. Esiste forse una definizione giusta?

Cosa vogliono dire inoltre frasi del tipo “segui la tua anima”? “Ascolta i messaggi dell’anima”? “Contatta la tua anima”?. Come se esistesse una “responsabile” che ci possa dire cosa è giusto o non giusto fare, che ci invita a non sbagliare.

Spesso l’anima viene identificata con lo spirito, oppure con la coscienza di un essere umano. Forse è la personalità più profonda di un individuo. È tante cose, o magari nessuna di queste.

Oggi voglio parlare invece di ciò che l’anima NON è.

L’Anima NON è il nostro inconscio: l’inconscio è altro. L’inconscio è quel grande contenitore energetico che racchiude i nostri ricordi, automatismi, risorse, limiti, energie e tensioni.

L’Anima NON è l’inconscio collettivo: l’inconscio collettivo è quel grande mondo, come affermava Jung, che racchiude al suo interno la nostra eredità simbolica e di significati che ci lega a tutto il genere umano, dall’alba dei tempi ad oggi.

L’Anima NON sono le nostre emozioni: le nostre emozioni sono il risultato di un elaborato e a volte inafferrabile processo psicofisiologico.

L’Anima NON sono i nostri sentimenti: i sentimenti sono ciò che ci contraddistinguono come esseri umani, i nostri stati d’animo che interiorizziamo o che mostriamo al mondo esterno.

L’Anima NON è il nostro provare Amore: l’Amore è altro. L’Amore è quel sentimento inspiegabile, frutto di processi psichici, fisiologici ed altri processi misteriosi, che ci lega ad un’altra persona, al di là del giusto o sbagliato, al di là che questo ci faccia bene o ci faccia male.

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L’Anima NON è la nostra realizzazione personale, l’ambizione a diventare qualcuno. Questo fa parte dell’Ego. Realizzarci nel lavoro, nella società. Questo si chiama trovare il proprio posto nel mondo, e ovviamente più è stabile meglio è.

L’Anima NON è il desiderio di conoscenza, il voler studiare o il voler approfondire tutto ciò che ci circonda. Il sapere nutre un nostro bisogno cognitivo, a volte anche emotivo.

L’Anima NON è aderire ad una religione, seguire dei riti, rispettare dei dogmi. Questa si chiama fede. Ed è giusto averla per chi ci crede. La fede è un percorso che potrebbe guidarci verso la nostra anima, ma non la stessa cosa.

L’Anima NON è avere e rispettare dei Valori, con la V maiuscola. Non esistono valori giusti o valori sbagliati, e non esiste un unico modo uguale per tutti per rispettare un medesimo valore. L’Anima non ha Valori, ha semplicemente valore.

L’Anima NON è perseguire il Bene, o un Bene superiore. Cosa vuol dire poi il Bene? Ognuno di noi ha una personale idea di Bene e ognuno di noi potrebbe mettere in atto comportamenti anche opposti rispetto ad un’altra persona per perseguire il Bene.

L’Anima NON è voler stare bene. Questo fa parte del nostro istinto di sopravvivenza. Sicurezza, benessere, equilibrio, sono bisogni umani.

L’Anima NON è il nostro destino: il destino (se esiste o non esiste non ha importanza) lo creiamo e lo scopriamo secondo dopo secondo. Siamo nello stesso tempo fautori ed esploratori di qualcosa che sta per avverarsi e che esiste prima di noi.

L’Anima NON è reincarnarsi in qualcun altro: certo c’è chi ci crede, e questo è meraviglioso. Ma la reincarnazione, il vivere più esistenze terrene, fa parte di un processo di crescita spirituale che trascende i secoli e a volte la comprensione razionale.

L’Anima NON è quella cosa che ci permette di collegarci all’universo o in qualsiasi modo vogliamo chiamare quel “qualcosa che esiste al di là di noi”. Se vogliamo collegarci ad esso possiamo farlo, sempre. Non c’è bisogno di contattare la nostra anima. Se poi non ci crediamo allora è un altro discorso.

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L’Anima NON è quella cosa che ci unisce alla vasta “mente di campo”, l’enorme insieme di relazioni sociali ed energia che ci avvolge. La mente di campo esiste al di là dell’anima, siamo noi a crearla come individui dotati di capacità interrelazionali che superano i confini del semplice contatto diretto con un’altra persona.

L’Anima NON è quell’aspetto di noi che ci lega fortemente alla “Natura”, alla “Madre Terra”, al nostro pianeta. Siamo qui da milioni di anni, e dentro di noi è già sviluppato quel sopraffino senso di unione con gli elementi e tutti gli esseri viventi.

L’Anima NON è avere sesto senso. Quella si chiama intuizione, e in alcuni di noi è molto, molto sviluppata.

L’Anima NON è essere spirituali. La spiritualità è un aspetto della nostra vita del tutto soggettivo. Ognuno può trovare il suo essere spirituale dove sente sia più giusto. Anche in un sasso.

L’Anima NON è essere spiritici. Contattare l’aldilà, contattare gli spiriti, “connettersi” ad altro. Non entro in merito.

L’Anima NON è entrare in contatto con l’Anima di qualcun altro. Se questo accade sicuramente sarà meraviglioso.

L’Anima NON è aspirare alla sicurezza, alla serenità, alla tranquillità o all’equilibrio. Questo è semplice vivere. Ne sono capaci tutti se si mettono di impegno.

L’Anima NON è cercare di contattare continuamente la nostra Anima. Sarebbe come respirare cercando di contattare continuamente l’aria che ti circonda.

L’Anima NON è domandarsi continuamente cos’è l’Anima. L’Anima non è. O forse è tutto questo messo insieme.

L’Anima è, secondo me, semplicemente chiedersi se si è felici. Hai già la tua risposta?