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tre setacci

Il test dei tre setacci

Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

IL TEST DEI “TRE SETACCI”

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza.

Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:
“Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”

“Un momento“, rispose Socrate, “Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”

“I tre setacci?” chiese l’altro.

“Sì“, continuò Socrate. “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Io lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è VERO?”

“No… ne ho solo sentito parlare.”

“Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di BUONO?”

“Ah no, al contrario!”

“Dunque“, continuò Socrate, “vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. È UTILE che io sappia cosa avrebbe fatto questo amico?”

“No, davvero.”

“Allora“, concluse Socrate, “se ciò che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile, io preferisco non saperlo; e consiglio a te di dimenticarlo.“

Cosa ci spinge quindi, a volte, a criticare gli altri o a parlare male di loro?

Hai mai sentito parlare del meccanismo di Proiezione? O della parte Ombra presente in ognuno di noi?

LEGGI L’ARTICOLO SU PSICOADVISOR per saperne di più


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giudizio

Racconti Terapeutici: L’asino

RACCONTI TERAPEUTICI

L’ASINO

C’era una volta un anziano uomo il quale, assieme alla moglie, al giovane figlio e al loro fedele asino, dovette affrontare un lungo viaggio, fino a giungere dall’altra parte del regno.

L’anziano uomo salì in groppa all’asino e, accompagnato dalla sua famiglia, iniziò il viaggio.

Giunti al primo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra di loro.

Hai visto quello? Il solito padre-padrone. Lui bello comodo sull’asino, mentre la moglie e il figlio li fa andare a piedi”.

Un altro ancora disse: “Un uomo dovrebbe camminare, non andare sull’asino. Povera donna, chissà come viene trattata!”.

Superato il villaggio, l’anziano uomo disse alla moglie: “Ascolta, quando attraverseremo il prossimo villaggio, sali tu sull’asino, così eviteremo commenti sgradevoli”.

La moglie salì sull’animale e la famiglia proseguì.

Giunti al secondo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra di loro.

Hai visto quella donna? È arrivata la principessa. Lei sull’asino mentre il povero marito, che è anche anziano, è costretto a camminare”. E così via battute e commenti simili tra loro.

Superato il villaggio, l’anziano uomo, sconcertato, disse al figlio: “Quando attraverseremo il prossimo villaggio, sali tu sull’asino”.

Il figlio obbedì e salì sull’animale.

Giunti al terzo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra loro.

Bella roba! I giovani d’oggi. Lui comodo comodo sull’asino, mentre i poveri genitori a piedi. Non c’è più rispetto ormai!”.

Superato anche questo villaggio, l’anziano uomo, ancora più amareggiato, disse alla moglie e al figlio: “Facciamo così, saliamo tutti e tre sull’asino, così magari non potranno dirci più niente”.

Giunti al quarto villaggio, non appena gli abitanti li videro, iniziarono a parlottare tra di loro.

Guardate quei disgraziati. Tutti e tre su quella povera bestia. Non hanno alcun rispetto per gli animali!”.

Usciti dal villaggio, l’anziano uomo, ormai stanco di tutti questi commenti, disse alla sua famiglia: “Ascoltate, da ora andiamo tutti a piedi e non se ne parla più”.

E così fecero.

Giunti al quinto e ultimo villaggio, non appena gli abitanti li videro, dissero: “Guardate che cretini. Hanno l’asino e vanno a piedi?”.


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psicologo bari

Grazie 2016…

Grazie 2016.

Grazie perché mi hai fatto capire che si può essere felici sempre,

grazie perché mi hai fatto capire che i fallimenti non esistono, ma esistono solo segnali che ti permettono di comprendere quale è la tua “vera” strada

grazie perché ho capito che se qualcosa accade ha un senso, se non accade ha un senso lo stesso

grazie perché mi hai fatto comprendere il meraviglioso benessere che si cela dietro il “lasciare andare” cose e persone che hanno fatto parte della tua vita

grazie perché mi hai fatto capire che il cercare a tutti i costi di incastrare un pezzo del puzzle in un posto non suo non è perseveranza bensì paura

grazie perché ho capito che il coraggio non è andare avanti a tutti costi ma aprirsi a nuove possibilità

grazie perché non è ciò che mi accade ad essere positivo o negativo ma è il significato che io stesso do alle cose a renderle tali

grazie perché ho capito che il mondo è talmente grande che racchiuderlo in un pugno è come pensare di guardare il cielo e pretendere di stare osservando l’universo

grazie perché ho capito che quando la tua anima è pronta lo sono anche le cose attorno a te (e non il contrario)

grazie perché ho scoperto la meravigliosa sensazione che si nasconde nella collaborazione tra sogni e praticità

grazie perché ho scoperto che la felicità non è uno stato d’animo ma uno stato di essere

grazie perché ho conosciuto persone nuove e meravigliose e ho riscoperto persone già conosciute

grazie perché ho percepito che perdonare non è debolezza ma un grande segnale di maturità

grazie perché ho compreso che la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati in altri progetti

grazie perché ho capito che è più faticoso resistere al cambiamento che cambiare

grazie perché sono io la causa delle mie conseguenze (nel bene e nel male) e non altre persone o eventi esterni

grazie perché da oggi sono io che decido se dare più peso a ciò che manca oppure a ciò che ho e che posso avere

grazie perché ho capito sempre più che mi piace ascoltare per comprendere e non per rispondere

grazie perché è bello dire grazie al mondo che ha girato per 365 giorni (ed 1 secondo) intorno al sole senza mai fermarsi

grazie 2017 che sei iniziato

Marco Magliozzi – Psicologo Bari


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psicologo bari

Cos’è la zona di comfort? Le bugie che ti bloccano

Cos’è la Zona di Comfort? Se ne sente parlare tanto spesso nel mondo della psicologia (e non solo)

Scopri cos’è leggendo questo meraviglioso articolo:

5 bugie che ti imprigionano nella tua zona di comfort

Fonte: psyche.org – Autore: Francesco Boz

psicologo bari


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Il Dottor Domani Lo Faccio – Racconti Terapeutici

IL DOTTOR DOMANI LO FACCIO e la vicenda della cravatta gialla – Racconti Terapeutici

Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

Il dottor Domani Lo Faccio aveva lo studio sempre pieno. Viveva in una casa fuori paese, in campagna, nella quale ospitava anche i suoi pazienti. Era conosciuto da tutti come il medico del paese. La sua caratteristica era che vestiva sempre di grigio: cappotto grigio, giacca grigia, camicia grigia, cravatta grigia, pantolone grigio, scarpe grigie e cappello grigio. Le sue tante sfumature di grigio gli davano davvero poco di attraente, ahimè, ma non che glie ne importasse molto: era diventata una sua abitudine e gli stava bene cosi.

Da qualche giorno però il dottor Domani Lo Faccio si accorse di avere lo studio sempre vuoto. E la sala d’aspetto sempre piena. Tutto era cominciato da quando al negozio di vestiario in paese avevano esposto in vetrina una meravigliosa cravatta gialla, cosi gialla che sembrava contenesse il sole stesso. Il dottor Domani Lo Faccio, una delle tante volte che andava in paese, passò davanti la vetrina e la vide: qualcosa dentro di lui si mosse ma non capì cosa. Ne rimase ammaliato per qualche secondo, prima di proseguire. Da quel giorno, ogni volta che passava davanti la vetrina, si fermava ad osservare la cravatta. Tutte le persone che lo guardavano curiose gli chiedevano: “passa qui tutto il suo tempo, ma perchè non entra e la compra?“. Oppure: “è proprio una bella cravatta. Perchè non si fa un bel regalo?“. Ma lui rispondeva sempre frasi del tipo: “si si, domani lo faccio“, oppure, “ma no no, chi mai indosserebbe una cravatta cosi, di solito non si usa“, oppure ancora, “nessuno la comprerebbe“, o anche “ma io sono fatto così“, “è normale che resta in vetrina, è troppo vistosa“, “prima o poi ci faccio il pensiero“, “mi conosco, non la indosserei mai” e cosi via.

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Molti giorni si susseguirono simili a se stessi quando, un pomeriggio come tanti, bussò alla sua porta un uomo che esordì: “Buongiorno! Vorrei essere visitato da lei“. Il dottore lo fece accomodare e l’uomo, nonostante fosse il primo paziente della giornata, si sistemò in sala d’aspetto. “Prego si accomodi” disse il dottore all’uomo ma lui gli sorrise e rispose “non si preoccupi, domani mi accomodo“. Il dottore lo guardò stupito e subito dopo bussò alla porta qualcun’altro. Senza pensarci troppo andò ad aprire. “Buongiorno” disse un altro uomo, “vorrei essere visitato da lei” e così dicendo entrò sedendosi in sala d’aspetto. Il dottore si avvicinò al nuovo venuto e gli chiese “prego, vuole entrare in studio?“. “No no, non si preoccupi, io sono fatto così” rispose lui. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva più cosa pensare. Passò qualche minuto e (dlin dlooooon) suonò alla porta qualcuno. Il dottore andò ad aprire. “Buongiorno” era una signora, “posso entrare?“. “Si accomodi” fece il dottore, e la signora si sedette in sala d’aspetto. “Vuole seguirmi in studio?” chiese poi. “No no, prima o poi ci faccio il pensiero“. Il dottore la guardò stupito chiedendosi chi fossero quei matti i quali, nel frattempo, si erano messi comodi sulle poltroncine a leggere le riviste poggiate sul tavolino. Nuovamente bussò qualcuno alla porta. “Buongiorno” era una coppia di vecchietti, un uomo e una donna, “possiamo entrare?“. “Si… certo” il dottore non era più tanto sicuro. I due si accomodarono in sala d’aspetto. “Volete entrare in studio?” chiese speranzoso il medico. “No no” risposero loro “io mi conosco, non lo farei mai, mia moglie, invece, è normale che resti qui“. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva davvero più cosa stesse accadendo. Il pomeriggio proseguì con questo andazzo, sino a quando, un paio d’ore più tardi, la sala d’aspetto dello studio si era riempita di persone le quali, senza un motivo apparente, si erano accomodate senza alcuna intenzione di farsi visitare. Arrivata la sera il dottore uscì dal suo studio, rimasto vuoto per tutto il tempo, e notò, con stupore, che le persone, molto semplicemente e come se nulla fosse, si alzarono ed andarono via, salutando e ringraziandolo gentilmente.

Il giorno dopo, quando il dottore aprì lo studio, trovò tutte le persone del giorno prima, in fila ordinata, ad attenderlo. Nuovamente si ripetè la stessa situazione. Ognuno di loro entrava, salutava educatamente, si sedeva in sala d’aspetto e, ad ogni invito del dottore ad entrare in studio, rispondeva (sempre cortesemente) “No no, non si preoccupi, magari domani” oppure “No guardi, nessuno si fa visitare di solito” e frasi di questo genere.

Questa bizzarra situazione durò per qualche giorno. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva più che pesci pigliare anche perchè, a causa di tutto ciò, molti pazienti “reali” che notavano la sala d’aspetto piena decidevano di andar via. Il lavoro non poteva di certo continuare così.

Un giorno, dopo aver accolto nel suo studio tutto quel gruppo di persone non intenzionate a farsi visitare, decise di uscire di casa (tanto restare lì era inutile) e si avviò in paese. Passò nuovamente davanti la vetrina del negozio nella quale, come sempre da qualche tempo, era esposta quella magnifica cravatta. Dopo essere rimasto lì qualche minuto (come sempre) ad osservarla decise che, questa volta, l’avrebbe finalmente comprata. Entrò nel negozio e, senza badare a spese, l’acquistò. Indossò la cravatta immediatamente e si sentì stranamente più leggero, sollevato e soddisfatto. Si incamminò verso casa e, facendo un bel respiro consapevole che avrebbe trovato il solito gruppo di pazienti in sala d’aspetto, entrò. Non appena videro il dottore, tutte le persone si alzarono e gli si avvicinarono sorridenti e gioiose stringendogli la mano o dandogli pacche sulle spalle: “sono guarito!” diceva qualcuno, “grazie dottore, grazie molte“, diceva qualcun’altro, “posso andare ora, grazie grazie” e così via. Man mano, un ringraziamento dopo l’altro, la sala si svuotò. Il dottor Domani Lo Faccio restò qualche istante sconcertato. Dopo aver riflettuto un po’ sull’accaduto, si infine sedette sulla poltrona dietro la sua scrivania e, guardando il suo riflesso sul vetro della finestra, fece un bel sorriso. Passò solo qualche istante e (dlin dlon) qualcuno suonò.

Marco Magliozzi – Psicologo Bari


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Il Piccolo Cavaliere

Metafore Terapeutiche – Il Piccolo Cavaliere (o la storia del cavaliere inconsapevole)

Metafora nata da un gruppo di lavoro all’interno del Seminario “Emozioni, Metafore e Cura” condotto da Consuelo Casula. Grazie a Francesca, Alessia, Fabio, Ezio e Claudio.

C’era una volta un cavaliere, sposato con una dama, la quale era in dolce attesa del loro primogenito. Il giorno della nascita, purtroppo, la donna non sopravvisse al parto. Il neonato viene affidato alle cure del padre che però, dopo pochi mesi, è costretto a partire per la guerra dalla quale non tornerà più.

Il bambino, ancora in fasce, viene adottato da una coppia di contadini, senza figli, che vivevano in una fattoria fuori il castello. I due lo allevano e lo crescono come se fosse davvero il loro figlio, dandogli tutte le cure di cui aveva bisogno. Il bambino cresce ed inizia a credere di essere davvero figlio di contadini, troppo giovane per ricordarsi di essere stato figlio di un cavaliere.

Gli anni passano ed il bambino diventa un ragazzo. Aveva imparato ormai tutto dai genitori adottivi su come allevare gli animali, coltivare la terra, tagliare la legna, fare tutte le varie faccende per portare avanti la loro fattoria. Ogni giorno amava allenarsi con un bastone di legno a giocare a fare il soldato, menava colpi all’aria o a qualche tronco d’albero, inconsapevole di essere in effetti molto in gamba. Con il tempo imparò anche a difendere la fattoria da qualche lupo che cercava di intrufolarsi per mangiare i loro animali.

Un giorno accadde che la fattoria venne attaccata da un gruppetto di banditi che volevano derubarli dei loro averi. Il ragazzo, per difendere la fattoria ed i suoi genitori, affrontò i malviventi armato del suo bastone ma, ahimè, venne battuto e malmenato. I banditi fecero man bassa di tutto ciò che potevano accaparrare e fuggirono.

Il ragazzo, adirato con se stesso per non essere riuscito a proteggere la sua casa ed i suoi cari, si recò dal fabbro del castello portando con se tutti i suoi risparmi. Entrò nel negozio del fabbro e senza troppe cerimonie disse: “Voglio comprare un’arma! Un’arma imponente e forte!“. Si guardò attorno osservando tutte le armi di cui il fabbro disponeva, spade, mazze, asce, accette, lance, e la sua attenzione si fermò su di una grande e pesante mazza di ferro dalla testa acuminata. “Ecco voglio quella!” esclamò convinto. Lasciò i suoi risparmi al fabbro ed acquistò l’arma. Tornò infine tutto soddisfatto alla fattoria, trascinando con se la pesante mezza.

Qualche tempo dopo i banditi tornarono. Il giovane, vedendoli arrivare da lontano, uscì ad affrontarli portando con se la nuova arma. I banditi all’inizio guardarono stupiti ed impauriti il ragazzo che maneggiava quella mazza cosi pericolosa, ma ben presto si accorsero che qualcosa non andava: la mazza era cosi pesante che i movimenti del ragazzo erano goffi ed imprecisi. Ed anche questa volta riuscirono a sconfiggerlo e malmenarlo.

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Sempre più adirato e questa volta anche ferito nell’orgoglio, il giovane tornò dal fabbro del castello. “Sono stato imbrogliato!” esclamò entrando, “volevo un’arma che mi aiutasse a far fuggire dei banditi ed invece sono stato sconfitto! Rivoglio indietro i miei soldi!“. Il fabbro lo guardò dapprima sorpreso, poi lo osservò con attenzione e gli chiese: “tu sei il figlio dei contadini che vivono nella fattoria fuori il castello?“. Il ragazzo rispose di si. “Allora ho qualcosa che fa per te” disse poi. Si recò nel deposito dietro il suo negozio e portò con se un’arma coperta da un lenzuolo, dalle dimensioni contenute. “Ecco, prendi questa” disse. “E cosa dovrei farci con questa?” chiese arrabbiato il giovane. “Fidati di me” rispose il fabbro, “porta indietro la pesante mazza che hai comprato e scambiala con questa“. “Ma come?” protestò il ragazzo, dopo tutte le monente che ho speso dovrei darti in cambio la mazza di ferro per un’arma cosi piccola?“. “Fidati di me” disse nuovamente l’uomo. Allora il giovane, titubante, accettò lo scambio, e tornò a casa.

Quando qualche tempo dopo i banditi tornarono, fiduciosi di avere ormai vita facile in quella fattoria, trovarono nuovamente il ragazzo ad affrontarli. Il giovane, con sua sorpresa, si accorse che i suoi movimenti erano cosi naturali, che gli sembrava di aver impugnato da sempre un’arma come quella. Con attacchi agili e precisi sconfisse i banditi e li costrinse a fuggire.

Il giorno dopo tornò dal fabbro del castello. “Ce l’ho fatta!” gli disse, “ma dimmi, che arma è l’arma che mi hai dato?“. L’uomo lo guardò sorridente e dopo qualche secondo rispose: “quella, ragazzo, è la spada di un cavaliere”.

Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari


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Perchè cliente e non paziente

Perchè preferisco usare il termine “cliente” e non quello di “paziente”

Tratto da Dizionario Internazionale di Psicoterapia (G. Nardone, A. Salvini)

“Il termine cliente compare in psicologia clinica con l’avvento degli approcci umanistici […]. Lo intruduce C.R. Rogers, con il suo modello di psicoterapia fondata sul cliente, perchè lo considera più adatto alla sua idea di soggetto attivo, responsabile e compartecipe al processo di cambiamento, rispetto a quello allora in uso “paziente”, inteso come come soggetto passivo che si affida alle cure dell’esperto, il quale, dall’alto delle sue conoscenze, dirige l’andamento della terapia. Secondo l’approccio umanistico ed esistenziale, il terapeuta non dovrebbe svolgere il ruolo di esperto, di giudice di ciò che è “sano” o “malato”, ma piuttosto agevolare il cliente nell’esprimere le sue innate capacità di autoregolazione e autorealizzazione. Indipendentemente dall’orientamento terapeutico seguito, questo termine viene oggi preferito a quello più classico di “paziente” da molti psicoterapeuti, sia per sottolineare la natura non medica del proprio intervento, sia per evitare di patologizzare il soggetto. L’accezione più ampia del termine “cliente”, rispetto a quella di “paziente”, sottolinea la possibilità che possa rivolgersi ad uno psicoterapeuta anche una persona con difficoltà non necessariamente caratterizzate da vere e proprie psicopatologie […]”.

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Cos’è l’Anima?

Leggiamo molto spesso di Anima, ne sentiamo parlare, molti cercano di spiegarci cos’è, qualcuno ci riesce qualcun altro no, magari nessuno mai ci riuscirà.

Esistono definizioni di Anima in senso spirituale, anima nel senso religioso, anima nel senso filosofico, anima come razionalizzazione scientifica, anima come pezzo del puzzle del nostro destino o come motore creatore del destino stesso. Esiste forse una definizione giusta?

Cosa vogliono dire inoltre frasi del tipo “segui la tua anima”? “Ascolta i messaggi dell’anima”? “Contatta la tua anima”?. Come se esistesse una “responsabile” che ci possa dire cosa è giusto o non giusto fare, che ci invita a non sbagliare.

Spesso l’anima viene identificata con lo spirito, oppure con la coscienza di un essere umano. Forse è la personalità più profonda di un individuo. È tante cose, o magari nessuna di queste.

Oggi voglio parlare invece di ciò che l’anima NON è.

L’Anima NON è il nostro inconscio: l’inconscio è altro. L’inconscio è quel grande contenitore energetico che racchiude i nostri ricordi, automatismi, risorse, limiti, energie e tensioni.

L’Anima NON è l’inconscio collettivo: l’inconscio collettivo è quel grande mondo, come affermava Jung, che racchiude al suo interno la nostra eredità simbolica e di significati che ci lega a tutto il genere umano, dall’alba dei tempi ad oggi.

L’Anima NON sono le nostre emozioni: le nostre emozioni sono il risultato di un elaborato e a volte inafferrabile processo psicofisiologico.

L’Anima NON sono i nostri sentimenti: i sentimenti sono ciò che ci contraddistinguono come esseri umani, i nostri stati d’animo che interiorizziamo o che mostriamo al mondo esterno.

L’Anima NON è il nostro provare Amore: l’Amore è altro. L’Amore è quel sentimento inspiegabile, frutto di processi psichici, fisiologici ed altri processi misteriosi, che ci lega ad un’altra persona, al di là del giusto o sbagliato, al di là che questo ci faccia bene o ci faccia male.

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L’Anima NON è la nostra realizzazione personale, l’ambizione a diventare qualcuno. Questo fa parte dell’Ego. Realizzarci nel lavoro, nella società. Questo si chiama trovare il proprio posto nel mondo, e ovviamente più è stabile meglio è.

L’Anima NON è il desiderio di conoscenza, il voler studiare o il voler approfondire tutto ciò che ci circonda. Il sapere nutre un nostro bisogno cognitivo, a volte anche emotivo.

L’Anima NON è aderire ad una religione, seguire dei riti, rispettare dei dogmi. Questa si chiama fede. Ed è giusto averla per chi ci crede. La fede è un percorso che potrebbe guidarci verso la nostra anima, ma non la stessa cosa.

L’Anima NON è avere e rispettare dei Valori, con la V maiuscola. Non esistono valori giusti o valori sbagliati, e non esiste un unico modo uguale per tutti per rispettare un medesimo valore. L’Anima non ha Valori, ha semplicemente valore.

L’Anima NON è perseguire il Bene, o un Bene superiore. Cosa vuol dire poi il Bene? Ognuno di noi ha una personale idea di Bene e ognuno di noi potrebbe mettere in atto comportamenti anche opposti rispetto ad un’altra persona per perseguire il Bene.

L’Anima NON è voler stare bene. Questo fa parte del nostro istinto di sopravvivenza. Sicurezza, benessere, equilibrio, sono bisogni umani.

L’Anima NON è il nostro destino: il destino (se esiste o non esiste non ha importanza) lo creiamo e lo scopriamo secondo dopo secondo. Siamo nello stesso tempo fautori ed esploratori di qualcosa che sta per avverarsi e che esiste prima di noi.

L’Anima NON è reincarnarsi in qualcun altro: certo c’è chi ci crede, e questo è meraviglioso. Ma la reincarnazione, il vivere più esistenze terrene, fa parte di un processo di crescita spirituale che trascende i secoli e a volte la comprensione razionale.

L’Anima NON è quella cosa che ci permette di collegarci all’universo o in qualsiasi modo vogliamo chiamare quel “qualcosa che esiste al di là di noi”. Se vogliamo collegarci ad esso possiamo farlo, sempre. Non c’è bisogno di contattare la nostra anima. Se poi non ci crediamo allora è un altro discorso.

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L’Anima NON è quella cosa che ci unisce alla vasta “mente di campo”, l’enorme insieme di relazioni sociali ed energia che ci avvolge. La mente di campo esiste al di là dell’anima, siamo noi a crearla come individui dotati di capacità interrelazionali che superano i confini del semplice contatto diretto con un’altra persona.

L’Anima NON è quell’aspetto di noi che ci lega fortemente alla “Natura”, alla “Madre Terra”, al nostro pianeta. Siamo qui da milioni di anni, e dentro di noi è già sviluppato quel sopraffino senso di unione con gli elementi e tutti gli esseri viventi.

L’Anima NON è avere sesto senso. Quella si chiama intuizione, e in alcuni di noi è molto, molto sviluppata.

L’Anima NON è essere spirituali. La spiritualità è un aspetto della nostra vita del tutto soggettivo. Ognuno può trovare il suo essere spirituale dove sente sia più giusto. Anche in un sasso.

L’Anima NON è essere spiritici. Contattare l’aldilà, contattare gli spiriti, “connettersi” ad altro. Non entro in merito.

L’Anima NON è entrare in contatto con l’Anima di qualcun altro. Se questo accade sicuramente sarà meraviglioso.

L’Anima NON è aspirare alla sicurezza, alla serenità, alla tranquillità o all’equilibrio. Questo è semplice vivere. Ne sono capaci tutti se si mettono di impegno.

L’Anima NON è cercare di contattare continuamente la nostra Anima. Sarebbe come respirare cercando di contattare continuamente l’aria che ti circonda.

L’Anima NON è domandarsi continuamente cos’è l’Anima. L’Anima non è. O forse è tutto questo messo insieme.

L’Anima è, secondo me, semplicemente chiedersi se si è felici. Hai già la tua risposta?


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Mese del benessere psicologico 2016

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MESE DEL BENESSERE PSICOLOGICO

Per tutto il mese di ottobre la PRIMA CONSULENZA è gratuita

Approfitta di questa opportunità per conoscere meglio te stesso, comprendere meglio la natura dei tuoi disagi per trovare una soluzione efficace, o per scoprire il mondo della psicologia

CLICCA QUI per approfondire di quali tematiche mi occupo

Per info contattami al 3407143887, su info@marcomagliozzi.it, su Facebook o compila il form nella sezione Contatti del sito


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Prendila con filosofia… e se invece fosse solo un meccanismo di difesa?

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“PRENDERE LA VITA CON FILOSOFIA”… E SE FOSSE SOLO UN MECCANISMO DI DIFESA? SCOPRIAMO COS’E’ L’ASCETISMO

Quante volte avremmo sentito persone dirci “prendila con filosofia” o quante volte avremmo detto noi a noi stessi “forse è meglio prenderla con filosofia“.

Tutto ciò che ci accade ha un senso“, “se qualcosa accadrà è perchè dovrà accadere“, “se qualcosa non è accaduta è perchè non doveva accadere“, “se una persona non torna è perchè non ti ha mai amato“, “se torna ti ha amato“, “se qualcosa è accaduta forse fa parte del tuo destino“, “se qualcosa non ha senso prima o poi lo avrà” e molte altre massime che seguono questo flusso di atmosfera filosofica.

Una modalità di vivere la propria vita a mio parere meravigliosa, che ci fa sentire appartenenti ad un mondo nel quale ogni cosa, anche la più inspiegabile, ha un senso, un mondo che fa parte di un universo nel quale le cose accadono e non sempre c’è una motivazione logica e che forse scopriremo solo vivendo. Una modalità di vivere la propria vita che fa dire a noi stessi che possiamo imparare da ciò che ci accade qualcosa di buono e che possiamo cogliere, anche nelle negatività, degli insegnamenti, poichè se una difficoltà è apparsa nella nostra vita forse doveva essere lì, pronta per essere superata e per permetterci di evolvere.

Ma allora dov’è la fregatura di tutto ciò? La risposta, a mio parere, è nell’eccesso, nell’affidarsi completamente a questa universalità perdendo di vista noi stessi, i nostri istinti, le nostre emozioni e, soprattutto, le nostre responsabilità in quello che ci accade.

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Il rischio che molte persone corrono è quello di cadere in quello che viene chiamato ascetismo (dal greco askesis cioè ascesi). L’ascetismo come pratica spirituale prevede che la persona si dedichi esclusivamente alla propria spiritualità distaccandosi dagli eventi del mondo, dalle pulsioni, dalla propria corporeità.

In psicologia invece l’ascetismo è un vero e proprio meccanismo di difesa (che prende spunto proprio dalla psicanalisi) nel quale ci si rifugia (inconsapevolmente sia chiaro) quando non riusciamo a vivere con maturità, scelta e coraggio, i nostri istinti, le nostre pulsioni, i nostri desideri. Ci rifugiamo dietro valori universali di giusto e sbagliato, dietro l’idea che “tanto ogni cosa avrà un senso” qualsiasi sia l’azione che agiamo, ci allontaniamo quindi dalla responsabilità individuale di ciò che facciamo. Una persona che si difende per troppo tempo dietro l’ascetismo perde il contatto con l’iniziativa che lo caratterizza come essere umano e, non ultimo, perde anche di vista la possibilità di poter imparare dai propri errori perchè tanto “ogni cosa ha un senso” quindi “posso sbagliare senza curarmi delle conseguenze“.

La vita è una.

Sarebbe meraviglioso vivere contemporaneamente nell’azione e nell’ascesi, vivere con l’idea che sono io l’iniziatore, il responsabile di ciò che faccio e che mi accade. Sono io, come persona ed essere umano che, contattando le mie emozioni, vivendo i miei istinti e desideri, faccio scelte e prendo decisioni. Saranno giuste o sbagliate? Sarà altro a deciderlo. E contemporaneamente potrò dire a me stesso che qualsiasi cosa farò (ma che abbia avuto inizio da me) ha un senso e potrò crescere grazie ai miei successi ed evolvermi anche grazie ai miei sbagli.

E allora sarebbe bello dire a noi stessi che “se una cosa deve accadere accadrà ma se ci mettiamo di impegno forse accadrà più facilmente (o meno facilmente se non lo vogliamo)” o anche “faccio di tutto per far accadere una cosa ma forse se non accadrà non doveva accadere“. Solo così possiamo imparare, solo così possiamo crescere.

Diventiamo consapevoli di essere noi i capitani della nave che è la nostra vita. Non possiamo controllare le correnti marine e la forza e la direzione del vento. Ma possiamo decidere quando issare le vele e quando ammainarle, quali vele usare e quali no, possiamo decidere in che direzione girare il nostro timone. Lasciamoci guidare dai venti favorevoli e, perchè no, corriamo anche il rischio di entrare in qualche tempesta.

Agiamo, sempre agiamo, e nello stesso tempo restiamo in contatto con ciò che sarà e che avrà sicuramente un senso per noi. Il segreto è coglierlo.