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Usare ChatGPT fa male? Vediamo lo studio del MIT

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Secondo un recente studio del MIT, usare con regolarità chat basate sull’intelligenza artificiale, come ad esempio ChatGTP, provocherebbe danni al cervello. Approfondiamo insieme la questione.

L’intelligenza artificiale (IA, o AI nella versione inglese) è ormai parte integrante della nostra vita quotidiana. La utilizziamo in molti ambiti: per svago, nella sfera personale, ma soprattutto in diversi settori professionali, come la grafica, la produzione video, il mondo audiovisivo, il cinema, l’ingegneria, la medicina e altri ancora.

La maggior parte delle persone conosce l’IA grazie alle celebri chatbot, oggi diffusissime: tra le più note troviamo ChatGPT, Meta AI e Gemini, ormai entrate nel linguaggio comune.

Ma cosa succede quando iniziamo a farne un uso eccessivo? Quando la utilizziamo anche in situazioni in cui potremmo, e forse dovremmo, affidarci alle nostre risorse mentali e cognitive?

Lo studio del MIT

Secondo una recente ricerca condotta dal MIT (Massachusetts Institute of Technology), un uso eccessivo delle chat basate sull’intelligenza artificiale potrebbe avere conseguenze negative sul funzionamento cognitivo. In particolare, lo studio ha evidenziato un impatto su abilità fondamentali come l’apprendimento, il pensiero critico e la memoria.

L’indagine ha coinvolto tre gruppi di studenti, impegnati nello svolgimento dello stesso compito:

I risultati dello studio

Attraverso la misurazione dell’attività cerebrale tramite elettrodi, i ricercatori hanno confermato alcune ipotesi iniziali piuttosto allarmanti. Il gruppo di studenti che aveva accesso a ChatGPT ha mostrato una riduzione del 55% dell’attivazione nelle aree cerebrali coinvolte nei processi di apprendimento, nel sistema linguistico e nell’analisi dei dati.

Anche il secondo gruppo, composto da studenti che potevano utilizzare solo Internet (ma senza strumenti basati sull’intelligenza artificiale), ha registrato un calo significativo, seppur minore, pari al 34% dell’attività nelle stesse aree.

In sintesi, secondo i risultati più ci affidiamo a un supporto esterno per pensare, apprendere o risolvere un compito, minore sarà l’attivazione delle aree cerebrali coinvolte.

Non è finita qui…

Ma i risultati dello studio non si fermano qui. I ricercatori hanno infatti osservato un ulteriore dato interessante: gli studenti che avevano utilizzato ChatGPT hanno mostrato, al termine del compito, difficoltà significative nel ricordare i passaggi seguiti e nel citare correttamente le fonti. Come se, delegando il processo all’intelligenza artificiale, si fosse ridotto il “senso di appartenenza” al proprio lavoro: l’elaborato veniva percepito come un prodotto esterno, svolto in modo automatico.

Al contrario, il terzo gruppo, ovvero quello che si è affidato a strumenti tradizionali, ha dimostrato maggiore padronanza dell’intero percorso. Questi studenti erano in grado di spiegare le procedure adottate, ricordare le fonti consultate e, soprattutto, sembravano identificarsi nel lavoro svolto, come se ne fossero realmente parte.

Il parere dello psicologo

La ricerca del MIT ci pone di fronte a una riflessione importante anche sul piano psicologico: quando deleghiamo in modo sistematico le nostre funzioni cognitive a uno strumento esterno, rischiamo non solo di indebolire alcune abilità fondamentali, come il pensiero critico, la memoria e la capacità di apprendere, ma anche di ridurre il nostro coinvolgimento emotivo e personale nei processi che viviamo.

L’intelligenza artificiale è sì divenuta parte della nostra quotidianità, ma andrebbe utilizzata sempre con parsimonia e con delle regole per imparare ad autogestirsi al meglio.

Ecco quindi alcuni consigli utili:

© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

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