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EU Kids Act: social vietati ai minori di 13 anni

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La Commissione Europea ha presentato l’EU Kids Act, un insieme di proposte volte a tutelare i minori nell’utilizzo dei social, videogiochi online e intelligenza artificiale.

La Commissione Europea ha presentato l’EU Kids Act, la proposta normativa europea pensata per tutelare bambini e adolescenti su social media, videogiochi online e sistemi di intelligenza artificiale.

Tra le misure chiave previste dal testo troviamo:

Si tratta di proposte estremamente interessanti e potenzialmente utilissime per favorire un utilizzo consapevole della rete. Ma cosa ci dice la psicologia in merito?

Lo sviluppo neurocognitivo in preadolescenza e adolescenza

La preadolescenza e l’adolescenza rappresentano fasi evolutive d’importanza critica per la strutturazione emotiva, cognitiva e relazionale.

In questo lasso di tempo, la corteccia prefrontale, l’area del cervello responsabile del controllo degli impulsi, della pianificazione a lungo termine e della valutazione dei rischi, è ancora in piena fase di maturazione. Al contrario, il sistema limbico, deputato alla gestione delle emozioni e alla ricerca di gratificazione, è iperattivo.

Questa asimmetria neurobiologica rende i ragazzi particolarmente vulnerabili a diversi fattori:

Dal punto di vista della psicologia clinica ed evolutiva, i vincoli proposti dall’EU Kids Act rispondono a precise esigenze di salute mentale:

  1. Il blocco dell’effetto “relazione simulata” con le IA: Evitare che i chatbot simulino empatia protegge i ragazzi da forme di attaccamento parasociale insano, scongiurando il rischio che l’IA sostituisca le reali relazioni umane.
  2. La tutela del sonno e dei ritmi circadiani: La disattivazione delle notifiche notturne preserva la qualità del riposo, fattore neurobiologico indispensabile per la regolazione dell’umore e per prevenire stati d’ansia e depressione.
  3. L’interruzione dei circuiti di dipendenza: Eliminare lo scrolling infinito e l’algoritmo di raccomandazione compulsivo permette di disinnescare le trappole cognitive progettate per catturare l’attenzione in modo passivo.

Tutto bellissimo, ma manca un tassello

I soli divieti non sono sufficienti. Secondo moltissimi psicologi, un adolescente a cui viene precluso l’accesso ai social per diversi anni senza strumenti critici rischia, al compimento dei 15 anni, di “esplodere” in un utilizzo smodato e sconsiderato.

Proibire senza educare significa ritardare l’impatto anziché insegnare la navigazione. Negli anni del “divieto” è invece indispensabile predisporre servizi di educazione digitale integrati nelle scuole e nel tessuto familiare. Il lavoro sinergico tra psicologi, educatori ed esperti di informatica è l’unica strada per insegnare ai ragazzi:

Il problema, peraltro, non riguarda solo i più giovani. Gli stessi adulti, che sulla carta dovrebbero guidare i minori, sono spesso i primi a cadere nelle trappole della rete, trasformando i social in uno sfogatoio per la propria frustrazione o cedendo con ingenuità a fake news e contenuti manipolati dall’intelligenza artificiale. Come possiamo pretendere che i ragazzi sviluppino un pensiero critico se il modello adulto è spesso sregolato?

Da qui nasce un’idea sempre più condivisa all’interno della comunità scientifica: l’introduzione di un “patentino digitale”.

Proprio come per guidare un ciclomotore si richiede una formazione teorica e pratica per la sicurezza propria e altrui, per accedere alla piazza virtuale dovrebbe essere previsto un percorso formativo che attesti la capacità di gestire lo strumento in modo consapevole, etico e sano.

© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

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