Il dramma di Modena ha scoperchiato un serio problema di salute mentale comunitaria. Troppo facile relegare il tutto alla follia dell’autore.
Il recente e drammatico episodio di cronaca del 16 maggio 2026 ci lascia profondamente scossi: un uomo di 31 anni ha travolto con la sua auto otto pedoni nel centro storico di Modena, per poi accoltellare un ragazzo che ha tentato di fermarlo, durante la fuga. Di fronte a eventi di tale violenza, la prima reazione emotiva è una combinazione di paura, rabbia e sconcerto per il dramma vissuto dai feriti e dalle loro famiglie, a cui va tutta la mia vicinanza.
Come psicologo, non è mia intenzione analizzare questo episodio sotto un profilo politico o sociale. C’è tuttavia un dato emerso dalle indagini che, da professionista della salute mentale, sento il dovere di accogliere e approfondire: l’autore del gesto era affetto da gravi problemi psichiatrici.
Specificare questo elemento non significa in alcun modo giustificare la violenza, né sminuire la gravità di quanto accaduto. Significa, invece, accendere i riflettori su un tema troppo spesso ignorato finché non fa rumore: lo stato della salute mentale comunitaria.
Troppo facile parlare di “follia”
Liquidare eventi del genere etichettandoli semplicemente come gesti di “follia” o “pazzia” è una scorciatoia rassicurante per l’opinione pubblica, ma clinicamente e socialmente fallimentare. Serve solo a distanziare il problema, a relegarlo a una fatalità imprevedibile, impedendoci di vedere la realtà: la cronica carenza di interventi strutturali e preventivi.
Quando una sofferenza psichica grave non viene intercettata, curata o supportata adeguatamente dalle reti sociali e sanitarie, il rischio di una deriva disfunzionale diventa infatti concreto. Questo dramma ci ricorda che la salute mentale non è mai una questione esclusivamente privata o individuale, ma una responsabilità collettiva. Prendersi cura del benessere psicologico delle persone, promuovere l’accesso alle cure e abbattere lo stigma che ancora circonda il disagio psichico sono passi fondamentali non solo per il singolo, ma per la sicurezza e la coesione dell’intera comunità.
La situazione attuale in Italia
I dati, del resto, delineano un quadro fin troppo nitido. Secondo il recente rapporto del Ministero della Salute, nel 2025 i servizi sanitari nazionali hanno assistito oltre 845.000 persone affette da problemi psichiatrici. Si tratta di una richiesta d’aiuto enorme, che ricade sulle spalle di operatori e strutture pubbliche costretti a lavorare in una cronica e drammatica assenza di risorse umane ed economiche adeguate.
La realtà sommersa è ancora più allarmante: si stima che in Italia siano oltre 16 milioni le persone che convivono con disturbi psicologici di media e grave entità, con un incremento del 6% rispetto al 2022. A fronte di questo bisogno crescente, emerge un dato strutturale paradossale: dei circa 148.000 psicologi iscritti all’ordine in Italia, solo il 10% lavora all’interno di strutture pubbliche.
Questa sproporzione rende l’accesso alle cure un percorso a ostacoli quasi insormontabile. Curarsi sta diventando un privilegio per pochi, un lusso che si può permettere solo chi ha le risorse economiche per rivolgersi al settore privato. Chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica e sociale rischia l’esclusione, soprattutto perché il disagio psichico profondo richiede percorsi terapeutici complessi e integrati, non riducibili alla sola terapia farmacologica.
La riflessione dello psicologo
Drammi come quello recente non hanno a che fare con le origini etniche o la nazionalità di chi li commette, ma con la profonda solitudine istituzionale in cui la malattia psichiatrica viene troppo spesso abbandonata. Investire seriamente sul sistema sanitario e sul supporto psicologico pubblico è l’unico modo per garantire il diritto costituzionale alla cura del singolo e, di riflesso, la sicurezza e la serenità della collettività.
In quest’ottica, iniziative nate negli ultimi anni come il Bonus Psicologo sono certamente apprezzabili, poiché testimoniano un’iniziale presa di coscienza del problema, ma restano interventi puramente emergenziali e insufficienti a coprire i bisogni reali a lungo termine.
Se la sanità pubblica non è strutturalmente in grado di gestire l’intera domanda e si rende necessario il supporto del settore privato, questo passaggio deve essere regolato in modo più efficace e inclusivo. È fondamentale strutturare percorsi agevolati e canali privilegiati per le fasce della popolazione che non possono permettersi una terapia a pagamento.
Questo cambiamento richiede un’informazione più chiara, trasparente e diretta, unita a una drastica riduzione della burocrazia, che oggi rappresenta una barriera insormontabile proprio per chi si trova in una condizione di fragilità e avrebbe bisogno di un accesso immediato.
Sradicare l’inutile stigma sociale che ancora circonda il disagio mentale significa anche questo: rendere la cura psicologica un diritto fluido, accessibile e dignitoso. Solo trasformando la salute mentale da prestazione accessoria a pilastro della nostra società potremo davvero evitare che la sofferenza invisibile si trasformi, ancora una volta, in una tragedia collettiva.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
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