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Omosessualità: perché tanti ragazzi e ragazze omosessuali tentano il suicidio?

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Al giorno d’oggi affrontare la tematica dell’omosessualità risulta essere talvolta un compito particolarmente ostico poiché, a causa di dinamiche culturali e sociologiche della società contemporanea, si rischia di collocare questa dimensione agli antipodi della natura dell’uomo: scrivere e confrontarsi sull’argomento diviene quindi indispensabile affinché non si ottenga come conseguenza il tacere un elemento fondamentale della vita di molte persone e non si dia enfasi a pregiudizi e stigmi.

“Sappiamo ancora poco di come le forze biologiche, le identificazioni, i fattori cognitivi, l’uso e la conoscenza che il bambino ha del proprio corpo, le pressioni culturali alla conformità e il bisogno di adattamento contribuiscano alla formazione dell’individuo e alla costruzione della sua sessualità” (LeVay, 2011).

Eppure, per molti anni l’omosessualità è stata un argomento controverso, che ha impegnato psicologi, medici, biologi e sociologi nella ricerca di modelli esplicativi e nella costruzione di teorie che, anche se diversamente articolate, hanno a lungo confinato le persone omosessuali nel territorio della psicopatologia.

È solo dalla fine del secolo scorso che, in ambito scientifico, prende consistenza e riceve considerazione una letteratura sull’omosessualità non gravata dal pregiudizio. Per la prima volta, psicoanalisti e studiosi escono dalla clandestinità e prendono finalmente la parola (Drescher, 1998; Isay, 1989; Roughton, 2002): è l’inizio del cosiddetto processo di “depatologizzazione”.

Nella prima edizione del DSM (Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali – 1952), l’omosessualità veniva infatti considerata un “disturbo sociopatico della personalità”, mentre nella seconda edizione del 1968 era stata identificata come una “deviazione sessuale”, come lo sono pedofilia, necrofilia e diverse altre perversioni sessuali (oggi dette parafilie).

Il primo segnale rivolto alla comunità scientifica per la depatologizzazione dell’omosessualità risale al 1973.

In quell’anno, l’American Psychiatric Association (APA) rimosse l’omosessualità dalla lista delle patologie mentali incluse nel DSM, decisione che fu poi confermata con la terza edizione del 1980 (DSM-III), fino a quella tuttora in vigore del 2015 (DSM-5).

Sottolineiamo quindi, senza equivoco alcuno, che tutte le principali organizzazioni di salute mentale sono d’accordo oggigiorno nell’affermare che l’omosessualità non è una malattia, ma una “variante non patologica del comportamento sessuale”.

Ma cosa vuol dire quindi omosessualità?

ARTICOLO SCRITTO SU MAXIMA NOTIZIE MAGAZINE

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