Fallire: come mai ripetiamo gli stessi errori?


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Perché non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi? La soluzione in 5 step

Perché non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi?

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” (Seneca)

La stesura di questo nuovo articolo nasce da una riflessione: come mai molte persone non riescono a raggiungere i loro obiettivi nonostante i numerosi (e sicuramente stancanti) sforzi?

Che l’obiettivo sia di lavoro, sentimentale, sportivo, legato a un hobby in particolare o che riguarda la famiglia non ha importanza.

Ci sono volte in cui raggiungere un traguardo sembra una missione impossibile.

Si arriva quasi alla meta, manca pochissimo, eppure una forza misteriosa ci strappa quel traguardo tanto agognato quasi dalle mani, riconducendoci al punto di partenza.

Avere degli scopi nella vita è fondamentale: essi definiscono la linea dei nostri orizzonti e ci permettono di comprendere quale sia la giusta direzione da seguire. Ma per essere considerato tale, un obiettivo deve rispettare alcune caratteristiche. La PNL (Programmazione neuro linguistica) ci parla di “Obiettivo ben formato”, ovvero la capacità di prefigurarsi, in maniera quanto più specifica, le risorse necessarie e i passi da compiere per raggiungere la nostra meta in maniera concreta.

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(Articolo scritto sul magazine Maximanotizie)




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Grazie 2017… la ricerca dell’equilibrio!

GRAZIE 2017

Ho notato un po’ ovunque, social network, WhatsApp, giornali, riviste online, la tendenza di voler al più presto uscire dall’anno passato nella speranza che il 2018 possa essere un anno migliore, che porti magari più gioia, successo, benessere o qualsiasi cosa si possa desiderare.

Una tendenza più o meno giusta se non fosse che molte persone preferiscono “fuggire” dal 2017 a gambe levate, ponendo la loro attenzione su tutti i guai, i problemi, i “casini”, accaduti durante l’anno.

Pochi, anche tra le persone che conosco, pongono invece l’accento su tutto ciò che di bello c’è stato in questo anno e soprattutto, cosa più importante, ancor meno persone pongono l’attenzione su quello che di brutto c’è stato con l’obiettivo di evolversi e comprendere quali possono essere state le cause, le dinamiche, che hanno provocato tali situazioni, per far sì che il 2018 non possa riproporre le stesse negative eventualità.

Parliamoci chiaramente dai… non è l’anno in sé ad essere sfigato, sbagliato, brutto, ma è il nostro modo di porci, di fare, di pensare, di vivere, che rende l’anno più o meno positivo.

Vogliamo “fuggire” dal 2017? Siamo liberissimi di farlo! Ma il 2018 sarà, molto probabilmente, uguale ed identico se non abbiamo imparato niente dall’anno che è passato.

Ogni cosa, ogni singola cosa, anche la più piccola e apparentemente insignificante, porta con sé un insegnamento, un messaggio che può aiutarci a capire cosa fare meglio e come farlo. Che riguardi il rapporto con noi stessi, le nostre relazioni interpersonali, sentimentali, situazioni di lavoro o altro, è sempre nostra la scelta di decidere se vivere passivamente ciò che ci capita oppure vivere in maniera attiva, pro-positiva con un’ottica finalizzata al comprenderci meglio e al cambiamento.

Il 2017 a me ha insegnato tantissimo, grazie a tutte le cose che sono capitate (o meglio dire, che mi sono fatto capitare!) ho apprezzato davvero molto il senso dell’equilibrio.

Ho compreso che l’essere umano che vive in equilibrio, con sé stesso, gli altri, il mondo interiore ed esteriore, è un essere umano che sta bene.

Potrà sembrare una affermazione ovvia, banale, ma come tutte le cose ovvie e banali quanti effettivamente ci fanno caso? Secondo me pochi.

Molte persone si pongono agli estremi delle cose oppure si comportano in maniera estrema, molto spesso pensando che il loro punto di vista sia giusto e quello degli altri no. Molti altri vivono in modalità “cartesiana”, nel mondo degli opposti, nel mondo del giusto e sbagliato, del bello e del brutto, del buono e del cattivo, del corretto e dello scorretto, dell’adeguato o dell’inadeguato e così via.

Il nostro corpo e la nostra mente (anche se è brutto utilizzare questo termine) sono programmati per lavorare in uno stato di equilibrio. La tendenza “verso” un estremo porta disagio, sempre, in ogni situazione.

Il nostro organismo, per l’appunto, è in un continuo stato di omeostasi.

L’omeostasi è la tendenza naturale al mantenimento di un relativo stato di equilibrio interno delle proprietà chimico-fisiche di un organismo. I meccanismi omeostatici agiscono a livello delle cellule, dei tessuti e degli organi e riguardano diversi parametri: la temperatura corporea, il pH del sangue, il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la concentrazione di glucosio nel sangue (o glicemia), e molti altri.

Quante volte sentiamo ad esempio parlare di equilibrio acido-base del nostro corpo? Lo sapevate che molte malattie sono favorite da un ambiente o troppo “acido” o troppo “basico” del nostro organismo?

L’organismo mette in atto (autonomamente) dei processi fisiologici per mantenere al suo interno un livello di acidità compatibile con lo svolgimento delle principali funzioni metaboliche.

Spingere il nostro corpo verso l’acidità o spingerlo verso la basicità sono entrambi comportamenti che non favoriscono l’equilibrio e quindi il benessere.

La nostra mente funziona allo stesso identico modo e, senza troppi giri di parole, anche i nostri pensieri e comportamenti hanno la naturale tendenza omeostatica, ovvero mirata all’equilibrio.

Ogni qual volta che abbiamo pensieri fissi, spesso negativi, oppure mettiamo in atto comportamenti dannosi, altro non facciamo che allontanarci dall’equilibrio, ponendo la nostra attenzione solo ad una parte del tutto.

Troppo egoismo, troppo altruismo, troppa sensibilità, troppa freddezza, troppa razionalità, troppa irrazionalità, sono solo alcuni esempi che ci fanno capire come spesso siamo focalizzati (per tendenza naturale o per scelta) verso solo una parte di quello che è possibile.

Tra il bianco e il nero non esiste solo il grigio. Sia il bianco sia il nero altro non sono che l’insieme di tutti i colori, il primo in presenza di luce, il secondo in assenza di essa. E al centro? Potreste trovare chissà quale altro colore meraviglioso che rappresenta voi stessi.

La filosofia cinese ci parla di Yin e Yang (nero e bianco), la notte che si trasmuta in giorno: non esiste giorno senza notte e non esiste notte senza giorno.

La vita esiste solo grazie al susseguirsi dei giorni e delle stagioni, non grazie esclusivamente al caldo dell’estate o al freddo dell’inverno. Ogni elemento contribuisce all’energia del tutto.

Dentro di noi? È lo stesso! Ogni piccolo elemento ha importanza.

Tutto il nostro essere è proiettato, naturalmente, verso uno stato di EQUILIBRIO INTERIORE. Le nostre scelte, i nostri comportamenti, i nostri pensieri, emozioni, sentimenti, a volte deviano da questa continua ricerca di equilibrio, da questo “ritrovarci costantemente”, come se dentro di noi ci fosse un enorme nucleo, come se fossimo un pianeta, un nucleo con una grandissima forza di attrazione che ci spinge verso il VERO IO.

L’augurio per il 2018 è proprio questo: ritrovare il nostro VERO IO e allontanarci (non fuggire) da tutte quelle persone, luoghi, situazioni, che mettono in discussione il nostro equilibrio e accogliere qualcosa di nuovo, avere il coraggio di cambiare.

E quindi cosa altro dire?

Grazie 2017 e che il 2018 possa essere un altro anno pieno di ricchi insegnamenti.

Marco Magliozzi

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RABBIA SANA IN CORPORE SANO: gli effetti della rabbia sul corpo

“RABBIA SANA IN CORPORE SANO”

La Rabbia è una delle emozioni fondamentali, di cui gli umani (e i mammiferi) sono dotati per affrontare in modo adattivo l’ambiente a fini di sopravvivenza.

La Rabbia è, tra le emozioni, quella che maggiormente si manifesta a livello corporeo.

Quando siamo arrabbiati possiamo infatti percepire:

  • Nodo allo stomaco;
  • Contrazione della mascella o delle mani;
  • Pelle umida o arrossata;
  • Respirazione affannosa o veloce;
  • Mal di testa;
  • Agitazione;
  • Difficoltà di concentrazione e pensiero;
  • Vista annebbiata;
  • Tachicardia;
  • Tensione alle spalle ed al collo.

Oggi giorno si parla molto spesso di psicosomatica, ovvero quella branca della psicologia clinica che si occupa di comprendere la connessione tra un disturbo somatico (corporeo) e la sua possibile eziologia (causa) di natura psicologica.

È ormai assodato da tutta la comunità scientifica che si occupa di benessere (e non solo) che esiste una fortissima inter-connessione tra mente e corpo, connessione che fa sì che eventuali disagi di natura fisica influenzino fortemente la nostra psiche e che eventuali disagi di natura psicologica possano influenzare fortemente il nostro corpo.

Questa inter-connessione non vale esclusivamente per i disagi ma ovviamente anche per gli stati di benessere.

Mens sana in corpore sano” dicevano gli antichi. Ed avevano ragione.

Parlando di Rabbia, quanto ci conviene, quindi, essere sempre arrabbiati?

Vediamo nel dettaglio cosa accade nel nostro cervello e nel nostro corpo quando ci arrabbiamo:

  • Quando ci arrabbiamo la prima parte del cervello ad attivarsi è l’Amigdala, che si trova all’interno del lobo temporale. Essa controlla le emozioni e ci dà la spinta a reagire in caso di stress, paura o sensazione di minaccia. In pochi millisecondi l’Amigdala è in grado di elaborale le informazioni pericolose che ci provengono dall’esterno e trasformarlo in istinto prima ancora di pensare a quello che si sta facendo.
  • Successivamente (parliamo di nanosecondi) si attivano le aree del cervello chiamate Ippocampo (che tra le varie funzioni controlla anche le emozioni) e l’Ipotalamo (una struttura del sistema nervoso centrale coinvolta nell’aggressività)
  • Successivamente le ghiandole surrenali producono adrenalina e cortisolo dando energia e forza al corpo per reagire. Questo provoca il defluire del sangue verso i muscoli che si preparano alla “lotta”, aumenta la pressione sanguigna e la temperatura corporea e il respiro diventa più affannato.

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Cosa provoca, quindi, essere troppo spesso pronti alla “lotta” (e per lotta intendo anche quella verbale verso gli altri) ed essere in un costante status aggressivo?

  • Un interessantissimo studio dei ricercatori della Iowa State University, i quali hanno monitorato 1.307 maschi per un periodo di circa 40 anni, ha dimostrato che chi si arrabbia più spesso ha un rischio di morte prematura 1,57 volte maggiore rispetto agli uomini meno iracondi del campione analizzato.
  • Nel 2000, sulla rivista Circulation, è stato pubblicato uno studio della McMasterUniversity di Hamilton (Canada) che ha dimostrato come gli attacchi di rabbia possono raddoppiare i rischi di attacco cardiaco.
    I ricercatori hanno preso in considerazione circa 12.000 volontari che hanno avuto un infarto almeno una volta nella loro vita, intervistati in più di 260 centri di salute di 52 Paesi diversi. Gli esperti, rivolgendosi ai pazienti, si sono concentrati sul loro stato emotivo e sulle loro attività fino a 24 ore prima dell’attacco di cuore, scoprendo come, nella maggior parte dei casi, l’infarto era stato preceduto da forti attacchi di rabbia.
  • Nel 2009 è stata pubblicata sul Journal of the America College of Cardiology una sintesi di 44 ricerche effettuate in questo campo. I risultati indicavano che i soggetti che mostravano rabbia cronica avevano un rischio di sviluppare problemi cardiaci maggiore del 19% rispetto ai soggetti non particolarmente inclini a sperimentare quest’emozione. I ricercatori ritengono che la rabbia produca effetti negativi sul corpo aumentando le risposte attacco-o-fuga e stimolando l’asse dello stress (definito asse ipotalamo-ipofisi-surrene), il quale produrrà una serie di effetti neurochimici a cascata. Essere troppo spesso sotto stress (causato o meno da rabbia) velocizzerebbe il processo di aterosclerosi: è stata infatti riscontrata un’alta concentrazione di CRP (una sostanza collegata all’aterosclerosi e al rischio di futuri infarti) nei soggetti particolarmente inclini alla rabbia.

Scrivendo questo articolo non voglio affermare che provare rabbia fa sempre male, anzi, fa molto bene, se provata in maniera sana.

La rabbia è un’emozione umana tra le più primitive e in molti casi è funzionale. Anche “sopprimere” la rabbia ha molti lati negativi. La rabbia ci aiuta a difenderci, a tirarci fuori dai pericoli, a fare la “voce grossa” quando serve, a dimostrare di esserci al mondo come persone, affermare di aver subito un torto o una delusione in maniera diretta, affermare di non essere d’accordo su di un tema o argomento e molto altro.

Essa diventa disfunzionale quando è pervasiva dell’intera vita emotiva della persona, quando è cronica e non più legata a specifiche situazioni di vita ma diffusa.

Io posso essere arrabbiato a causa di una situazione ma non posso essere sempre arrabbiato.

La rabbia è sana solo se contestuale o situazionale, solo se ha un inizio, una durata ed una fine.

Se portiamo con noi l’emozione della rabbia anche al di fuori del contesto che l’ha alimentata, chiediamoci come mai.

Se così fosse, potrebbe essere molto utile scoprire le cause di questa rabbia, che molto spesso sono antiche (quindi inconsapevoli), e quali sono le modalità che si mettono in atto quando ci si arrabbia con il fine di migliorarle.

Ricorda che provare rabbia in maniera esplosiva o costante fa male a te e non solo, anche a chi ti circonda.

Se quindi sei una persona che prova spesso rabbia, alcune domande da farti possono essere:

Quanto mi fa bene?

A cosa mi serve veramente essere sempre arrabbiato?

Quali pensieri influenzano (e alimentano) il mio stato emotivo di rabbia?

Quali luoghi, persone, situazioni, fungono maggiormente da stimolo?

Quali sono i segnali di allarme della mia rabbia?

Ed infine, e direi soprattutto: Cosa posso fare per essere meno arrabbiato? Per essere arrabbiato in maniera “sana”?

Fonti:

Neurofisiologia dell’Aggressività

https://www.ilmattino.it/societa/persone/rabbia_costante_rischi_salute-1306128.html

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/cardiologia/rabbia-e-stress-aumentano-il-rischio-di-avere-un-infarto

https://www.app4health.it/-/no-all-attivita-fisica-con-rabbia-o-dopo-emozioni-forti

https://www.focus.it/scienza/salute/salute-l-ira-funesta-gli-uomini-maggior-rischio-di-morte-precoce

http://salute24.ilsole24ore.com/articles/18507

 


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Racconti Terapeutici: L’asino

RACCONTI TERAPEUTICI

L’ASINO

C’era una volta un anziano uomo il quale, assieme alla moglie, al giovane figlio e al loro fedele asino, dovette affrontare un lungo viaggio, fino a giungere dall’altra parte del regno.

L’anziano uomo salì in groppa all’asino e, accompagnato dalla sua famiglia, iniziò il viaggio.

Giunti al primo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra di loro.

Hai visto quello? Il solito padre-padrone. Lui bello comodo sull’asino, mentre la moglie e il figlio li fa andare a piedi”.

Un altro ancora disse: “Un uomo dovrebbe camminare, non andare sull’asino. Povera donna, chissà come viene trattata!”.

Superato il villaggio, l’anziano uomo disse alla moglie: “Ascolta, quando attraverseremo il prossimo villaggio, sali tu sull’asino, così eviteremo commenti sgradevoli”.

La moglie salì sull’animale e la famiglia proseguì.

Giunti al secondo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra di loro.

Hai visto quella donna? È arrivata la principessa. Lei sull’asino mentre il povero marito, che è anche anziano, è costretto a camminare”. E così via battute e commenti simili tra loro.

Superato il villaggio, l’anziano uomo, sconcertato, disse al figlio: “Quando attraverseremo il prossimo villaggio, sali tu sull’asino”.

Il figlio obbedì e salì sull’animale.

Giunti al terzo villaggio, non appena gli abitanti videro la famiglia percorrere la strada, iniziarono a parlottare tra loro.

Bella roba! I giovani d’oggi. Lui comodo comodo sull’asino, mentre i poveri genitori a piedi. Non c’è più rispetto ormai!”.

Superato anche questo villaggio, l’anziano uomo, ancora più amareggiato, disse alla moglie e al figlio: “Facciamo così, saliamo tutti e tre sull’asino, così magari non potranno dirci più niente”.

Giunti al quarto villaggio, non appena gli abitanti li videro, iniziarono a parlottare tra di loro.

Guardate quei disgraziati. Tutti e tre su quella povera bestia. Non hanno alcun rispetto per gli animali!”.

Usciti dal villaggio, l’anziano uomo, ormai stanco di tutti questi commenti, disse alla sua famiglia: “Ascoltate, da ora andiamo tutti a piedi e non se ne parla più”.

E così fecero.

Giunti al quinto e ultimo villaggio, non appena gli abitanti li videro, dissero: “Guardate che cretini. Hanno l’asino e vanno a piedi?”.


Il Dottor Domani Lo Faccio – Racconti Terapeutici

IL DOTTOR DOMANI LO FACCIO e la vicenda della cravatta gialla – Racconti Terapeutici

Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

Il dottor Domani Lo Faccio aveva lo studio sempre pieno. Viveva in una casa fuori paese, in campagna, nella quale ospitava anche i suoi pazienti. Era conosciuto da tutti come il medico del paese. La sua caratteristica era che vestiva sempre di grigio: cappotto grigio, giacca grigia, camicia grigia, cravatta grigia, pantolone grigio, scarpe grigie e cappello grigio. Le sue tante sfumature di grigio gli davano davvero poco di attraente, ahimè, ma non che glie ne importasse molto: era diventata una sua abitudine e gli stava bene cosi.

Da qualche giorno però il dottor Domani Lo Faccio si accorse di avere lo studio sempre vuoto. E la sala d’aspetto sempre piena. Tutto era cominciato da quando al negozio di vestiario in paese avevano esposto in vetrina una meravigliosa cravatta gialla, cosi gialla che sembrava contenesse il sole stesso. Il dottor Domani Lo Faccio, una delle tante volte che andava in paese, passò davanti la vetrina e la vide: qualcosa dentro di lui si mosse ma non capì cosa. Ne rimase ammaliato per qualche secondo, prima di proseguire. Da quel giorno, ogni volta che passava davanti la vetrina, si fermava ad osservare la cravatta. Tutte le persone che lo guardavano curiose gli chiedevano: “passa qui tutto il suo tempo, ma perchè non entra e la compra?“. Oppure: “è proprio una bella cravatta. Perchè non si fa un bel regalo?“. Ma lui rispondeva sempre frasi del tipo: “si si, domani lo faccio“, oppure, “ma no no, chi mai indosserebbe una cravatta cosi, di solito non si usa“, oppure ancora, “nessuno la comprerebbe“, o anche “ma io sono fatto così“, “è normale che resta in vetrina, è troppo vistosa“, “prima o poi ci faccio il pensiero“, “mi conosco, non la indosserei mai” e cosi via.

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Molti giorni si susseguirono simili a se stessi quando, un pomeriggio come tanti, bussò alla sua porta un uomo che esordì: “Buongiorno! Vorrei essere visitato da lei“. Il dottore lo fece accomodare e l’uomo, nonostante fosse il primo paziente della giornata, si sistemò in sala d’aspetto. “Prego si accomodi” disse il dottore all’uomo ma lui gli sorrise e rispose “non si preoccupi, domani mi accomodo“. Il dottore lo guardò stupito e subito dopo bussò alla porta qualcun’altro. Senza pensarci troppo andò ad aprire. “Buongiorno” disse un altro uomo, “vorrei essere visitato da lei” e così dicendo entrò sedendosi in sala d’aspetto. Il dottore si avvicinò al nuovo venuto e gli chiese “prego, vuole entrare in studio?“. “No no, non si preoccupi, io sono fatto così” rispose lui. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva più cosa pensare. Passò qualche minuto e (dlin dlooooon) suonò alla porta qualcuno. Il dottore andò ad aprire. “Buongiorno” era una signora, “posso entrare?“. “Si accomodi” fece il dottore, e la signora si sedette in sala d’aspetto. “Vuole seguirmi in studio?” chiese poi. “No no, prima o poi ci faccio il pensiero“. Il dottore la guardò stupito chiedendosi chi fossero quei matti i quali, nel frattempo, si erano messi comodi sulle poltroncine a leggere le riviste poggiate sul tavolino. Nuovamente bussò qualcuno alla porta. “Buongiorno” era una coppia di vecchietti, un uomo e una donna, “possiamo entrare?“. “Si… certo” il dottore non era più tanto sicuro. I due si accomodarono in sala d’aspetto. “Volete entrare in studio?” chiese speranzoso il medico. “No no” risposero loro “io mi conosco, non lo farei mai, mia moglie, invece, è normale che resti qui“. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva davvero più cosa stesse accadendo. Il pomeriggio proseguì con questo andazzo, sino a quando, un paio d’ore più tardi, la sala d’aspetto dello studio si era riempita di persone le quali, senza un motivo apparente, si erano accomodate senza alcuna intenzione di farsi visitare. Arrivata la sera il dottore uscì dal suo studio, rimasto vuoto per tutto il tempo, e notò, con stupore, che le persone, molto semplicemente e come se nulla fosse, si alzarono ed andarono via, salutando e ringraziandolo gentilmente.

Il giorno dopo, quando il dottore aprì lo studio, trovò tutte le persone del giorno prima, in fila ordinata, ad attenderlo. Nuovamente si ripetè la stessa situazione. Ognuno di loro entrava, salutava educatamente, si sedeva in sala d’aspetto e, ad ogni invito del dottore ad entrare in studio, rispondeva (sempre cortesemente) “No no, non si preoccupi, magari domani” oppure “No guardi, nessuno si fa visitare di solito” e frasi di questo genere.

Questa bizzarra situazione durò per qualche giorno. Il dottor Domani Lo Faccio non sapeva più che pesci pigliare anche perchè, a causa di tutto ciò, molti pazienti “reali” che notavano la sala d’aspetto piena decidevano di andar via. Il lavoro non poteva di certo continuare così.

Un giorno, dopo aver accolto nel suo studio tutto quel gruppo di persone non intenzionate a farsi visitare, decise di uscire di casa (tanto restare lì era inutile) e si avviò in paese. Passò nuovamente davanti la vetrina del negozio nella quale, come sempre da qualche tempo, era esposta quella magnifica cravatta. Dopo essere rimasto lì qualche minuto (come sempre) ad osservarla decise che, questa volta, l’avrebbe finalmente comprata. Entrò nel negozio e, senza badare a spese, l’acquistò. Indossò la cravatta immediatamente e si sentì stranamente più leggero, sollevato e soddisfatto. Si incamminò verso casa e, facendo un bel respiro consapevole che avrebbe trovato il solito gruppo di pazienti in sala d’aspetto, entrò. Non appena videro il dottore, tutte le persone si alzarono e gli si avvicinarono sorridenti e gioiose stringendogli la mano o dandogli pacche sulle spalle: “sono guarito!” diceva qualcuno, “grazie dottore, grazie molte“, diceva qualcun’altro, “posso andare ora, grazie grazie” e così via. Man mano, un ringraziamento dopo l’altro, la sala si svuotò. Il dottor Domani Lo Faccio restò qualche istante sconcertato. Dopo aver riflettuto un po’ sull’accaduto, si infine sedette sulla poltrona dietro la sua scrivania e, guardando il suo riflesso sul vetro della finestra, fece un bel sorriso. Passò solo qualche istante e (dlin dlon) qualcuno suonò.

Marco Magliozzi – Psicologo Bari