I Disturbi Somatici Funzionali sono condizioni mediche caratterizzate dalla presenza di sintomi fisici persistenti e invalidanti che non hanno una chiara spiegazione medica.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha compiuto passi da gigante nel campo dei Disturbi Somatici Funzionali (conosciuti a livello internazionale come Functional Somatic Disorders o FSD).
Si tratta di un ambito della salute complesso e spesso frustrante per chi lo vive. In passato, questi quadri clinici venivano etichettati sbrigativamente come “malattie senza una spiegazione medica”. Oggi sappiamo che non è così: la spiegazione esiste, ma risiede nella modalità di funzionamento dell’organismo, piuttosto che in un danno strutturale visibile.
Sintomi reali in un corpo “sano”
La caratteristica distintiva degli FSD è la presenza di sintomi fisici persistenti e spesso invalidanti, come dolore cronico, stanchezza estrema, disturbi gastrointestinali o tachicardia, che però non trovano una giustificazione completa negli esami diagnostici tradizionali.
In sostanza, accade qualcosa di molto specifico:
- Il dolore e il malessere sono reali: Non sono “nella testa” del paziente, ma vengono esperiti concretamente nel corpo.
- Gli esami sono silenti: Analisi del sangue, radiografie e risonanze magnetiche risultano normali o non mostrano anomalie tali da giustificare l’entità della sofferenza.
Quali sono i Disturbi Somatici Funzionali?
Tra i Disturbi Somatici Funzionali troviamo:
- Dolore cronico (es. lombalgia, dolore pelvico);
- Sindromi da stanchezza cronica;
- Disturbi gastrointestinali funzionali (es. sindrome dell’intestino irritabile);
- Sintomi neurologici (es. tremori, paralisi, crisi pseudo-epilettiche);
- Fibromialgia.
Come affrontarli, dunque?
Chi soffre di un Disturbo Somatico Funzionale spesso si sente dire che “non ha nulla”, alimentando un senso di solitudine e ingiustizia. In realtà, questi disturbi rappresentano il punto di incontro tra la nostra biologia e il nostro vissuto emotivo.
Non c’è una “rottura” dell’organo, ma un’alterazione nel modo in cui il cervello e il corpo comunicano tra loro. Comprendere questa dinamica è il primo, fondamentale passo per iniziare un percorso di cura integrato che restituisca benessere e qualità della vita.
Quando un paziente si trova ad affrontare un FSD, il rischio più grande è infatti il “pendolarismo medico”: saltare da uno specialista all’altro cercando una lesione organica che non c’è, finendo per sentirsi frustrati e non creduti.
Il consiglio principale è passare da un approccio settoriale (curare il singolo organo) a uno integrato (curare la persona).
Ecco perché è indispensabile richiedere il consulto di un team multidisciplinare:
Lo psicoterapeuta: è la figura centrale. Non serve a “convincerci che stiamo bene”, ma ad aiutarci a capire come le emozioni e lo stress si trasformano in tensioni fisiche. La psicoterapia è molto efficace per ricalibrare la comunicazione mente-corpo.
L’Osteopata: l’osteopatia è fondamentale perché lavora sulla funzionalità. Non cerca la malattia, ma la restrizione di movimento. Attraverso il trattamento manuale, aiuta a rilasciare le tensioni dei tessuti e a riequilibrare il sistema nervoso autonomo (quello che gestisce lo stress).
Il Medico di Base: il medico deve fungere da “regista”, escludendo patologie organiche gravi e, se necessario, prescrivendo farmaci (come i neuromodulatori) che aiutano ad abbassare la sensibilità del sistema nervoso al dolore. Inoltre, potrebbe consigliarci a quali altri specialisti rivolgerci, nel caso di presenza di sintomi specifici (es. gastrointestinali o muscolari).
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
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