Provare sempre empatia per gli altri potrebbe generare nel tempo un vero e proprio burnout emotivo. Ecco le strategie per difendersi.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
Il termine empatia, dal greco en-pathos (“dentro il sentimento”), viene spesso interpretato come la semplice capacità di calarsi nei panni dell’altro e provare ciò che lui prova. In ambito clinico e neuroscientifico, tuttavia, le cose sono più complesse: le ricerche dimostrano che l’empatia è un processo integrato che attiva sia la nostra area razionale (neocorteccia) sia quella emotiva (amigdala). Questa cooperazione ci consente sì di risuonare con l’emozione altrui, ma mantenendo una sana distanza protettiva che ci impedisce di lasciarci travolgere.
Nonostante questa naturale barriera biologica, l’attivazione costante e indiscriminata di questa funzione può fallire. Sperimentare un’empatia iperattivata e continuativa può infatti esaurire le nostre risorse mentali, conducendo a un vero e proprio burnout emotivo.
Come nasce il sovraccarico: i meccanismi del burnout da empatia
Sintonizzarsi con gli altri, comprenderli e sostenerli nel momento del bisogno è una delle capacità umane più belle e preziose. Il problema sorge quando questa dinamica diventa unidirezionale, o quando la frequenza dell’ascolto non concede mai spazio al distacco e al recupero.
Ci troviamo vulnerabili al burnout quando assumiamo sistematicamente il ruolo di “regolatori emotivi” dell’ambiente circostante:
- Siamo sempre noi a dover calmare le tensioni.
- Anticipiamo i bisogni altrui pur di disinnescare rabbia o nervosismo.
- Ci facciamo carico di modulare l’umore di chi ci sta accanto perché da solo non riesce a farlo.
- Ascoltiamo costantemente, senza trovare mai uno spazio in cui essere ascoltati a nostra volta.
Tutto questo comporta un dispendio energetico immenso. Al contrario di quanto si pensi, l’empatia non è un processo sempre fluido e spontaneo: è un compito cognitivo ed emotivo ad alto carico che richiede attenzione focalizzata, controllo delle proprie reazioni, distinzione costante tra il Sé e l’Altro e un’attivazione di diverse reti cerebrali. Se questo sforzo diventa persistente e cronico, il sistema va in protezione e si blocca.
I sintomi del burnout da empatia
Quando si cade nel vortice del burnout da empatia, i segnali di allarme si manifestano attraverso un doloroso paradosso. La persona, storicamente accogliente e disponibile, inizia a mostrare:
- Una spiccata irascibilità e un nervosismo diffuso.
- Una drastica riduzione della capacità di ascolto e di tolleranza verso i bisogni altrui.
- Un senso di spossatezza mentale e distacco cinico.
Si innesca così un circolo vizioso insidioso: chi è sempre stato il punto di riferimento empatico viene improvvisamente percepito come “quello sempre nervoso”. Spesso, il contesto circostante, abituato a ricevere una disponibilità incondizionata, non comprende il grido d’aiuto dietro a quel cambiamento e si focalizza unicamente sulle reazioni di stanchezza, finendo per etichettare e svalutare la persona proprio nel momento di massima fragilità.
Le strategie per proteggersi dal burnout da empatia
Gestire la troppa empatia non significa diventare freddi o indifferenti, ma apprendere l’arte della cura di sé attraverso la definizione di confini chiari.
- Imparare a ridefinire i confini relazionali: Dire di “no” quando le proprie risorse sono al limite è un atto di responsabilità terapeutica verso sé stessi. È possibile farlo con assertività e calore, usando formule che tutelino la relazione senza sacrificare il proprio benessere: “Sento che questa questione è davvero importante per te e desidero ascoltarti con la giusta attenzione, ma in questo momento sono molto stanco e non avrei le energie necessarie. Ne parliamo domani con calma?”
- Rivendicare spazi di ascolto reciproco: Chi offre empatia ha strutturalmente bisogno di riceverne. Non è possibile accogliere il dolore o il vissuto altrui senza possedere una propria valvola di sfogo, uno spazio sicuro, personale, relazionale o terapeutico, in cui poter depositare i propri pesi e sentirsi, finalmente, accolti e ascoltati.
- Parlarne con uno psicologo: Quando il burnout è in fase avanzata, le risorse interne sono minime e ogni interazione rischia di sfociare in rabbia o nervosismo incontrollabile, allora è il caso di rivolgersi a uno psicologo. Un percorso terapeutico offre lo spazio protetto per comprendere le radici di questa iper-disponibilità e acquisire gli strumenti necessari per spezzare questo vortice.
Riconoscere il proprio limite non è un segno di debolezza, ma il primo e più importante passo per mantenere l’empatia una risorsa sana e funzionale.
Se hai bisogno di parlarne con un professionista, puoi contattarmi.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
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