Diverse ricerche hanno dimostrato come circa l’85% dei nostri pensieri negativi non si avveri mai. E allora perché ci preoccupiamo sempre?
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
L’essere umano è, per natura, un animale ansioso: lo confermano le più recenti ricerche sul tema. Si preoccupa di tutto e, molto spesso, senza reale motivo.
Preoccuparsi, preoccuparsi, preoccuparsi ancora. Sembra essere diventato il nuovo sport del nostro tempo: tenere la mente costantemente occupata a risolvere problemi che, come vedremo, nella maggior parte dei casi non si verificheranno mai.
Diversi studi lo dimostrano, tra cui uno tra i più ampi condotto dalla Penn State University e pubblicato sulla rivista scientifica Behaviour Therapy.
Cosa dicono le ricerche sul tema?
Molte ricerche sull’argomento ci portano alla stessa conclusione: tra l’85 e il 91% dei pensieri negativi che formuliamo non si avvera mai. E non è tutto. Tra quel piccolo margine di situazioni che effettivamente si verificano, l’80% delle persone ha poi scoperto che i problemi erano comunque risolvibili, e spesso con meno difficoltà del previsto.
In sostanza, i veri problemi, ovvero quelli che meritano davvero la nostra preoccupazione, rappresentano appena il 2-3% del totale.
Le conseguenze della preoccupazione e dell’ansia
Preoccupazioni eccessive e ansia anticipatoria sono ormai compagne di vita per moltissime persone. Quando diventano croniche, queste condizioni possono favorire lo sviluppo di difficoltà più serie, come insonnia, umore depresso (in alcuni casi vere e proprie forme depressive), attacchi di panico, fobie, manifestazioni psicosomatiche e altre conseguenze psicologiche rilevanti.
Perché ci preoccupiamo?
Come visto, l’essere umano, per natura, tende a preoccuparsi e ad anticipare i problemi. Questa predisposizione ha radici neurobiologiche: si tratta di un sistema di allerta sviluppato nel corso dell’evoluzione per garantire la sopravvivenza. Mentre centinaia di migliaia di anni fa il nostro compito principale era proteggerci dai predatori, oggi la nostra attenzione si sposta su impegni quotidiani, lavorativi, relazionali e sentimentali.
Dal punto di vista neurobiologico, la struttura cerebrale responsabile del rilevamento dei segnali di pericolo è l’amigdala, che attiva risposte emotive come paura e ansia. La corteccia prefrontale, invece, amplifica questo processo, spingendoci a immaginare scenari futuri catastrofici e a prevedere possibili minacce, anche quando non sono reali.
Il consiglio dello psicologo
Quando la testa corre troppo in avanti e inizia a immaginare scenari catastrofici, può essere utile fermarsi un attimo e chiedersi: “Ma davvero questo pensiero ha senso, oppure è solo una mia proiezione?”. Spesso, basta prendere consapevolezza di quanto i pensieri ansiosi siano irrealistici per alleggerirne il peso.
Un ottimo esercizio, che funziona alla grande, è dedicare un momento preciso della giornata alle preoccupazioni, come se fosse un appuntamento con l’ansia: così, invece di pensarci tutto il giorno, possiamo concentrarci su altro e lasciare che la mente si liberi.
Inoltre, quando siamo presi dai pensieri negativi, è utile riformularli in modo più realistico: invece di dire “Tutto andrà male”, possiamo pensare “Questo problema è difficile, ma posso affrontarlo passo dopo passo”.
E poi, ricordiamoci di dedicare tempo a ciò che ci fa stare bene: una passeggiata, un hobby, una chiacchierata con qualcuno di fidato. Queste attività aiutano a bilanciare la mente e a ridurre il peso delle preoccupazioni.
Infine, se l’ansia e le preoccupazione sono davvero invalidati, e impediscono di vivere serenamente, possiamo sempre chiedere aiuto a uno psicologo.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
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