Bruciare le navi: la curiosa teoria motivazionale da prendere con le pinze
Gennaio 18, 2026 By Marco MagliozziNegli ultimi tempi, alcuni coach motivazionali e influencer stanno diffondendo una curiosa teoria chiamata “Bruciare le navi”. Ma di cosa si tratta, esattamente?
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
Secondo una leggenda, Hernán Cortés, celebre esploratore spagnolo, agli inizi del XVI secolo sbarcò nel Nuovo Mondo con circa seicento uomini, deciso a conquistare l’impero azteco.
Tuttavia, una volta approdati sulle coste del Messico, l’equipaggio si lasciò prendere dal timore e dall’incertezza. Fu allora che Cortés prese una decisione drastica: ordinò di bruciare le navi.
In questo modo i suoi uomini non ebbero più alcuna via di fuga: l’unica possibilità rimasta era andare avanti e completare la missione.
È da questo episodio storico che nasce la metafora di “bruciare le navi”, oggi reinterpretata come una teoria motivazionale molto popolare sul web.
Bruciare le navi: la curiosa teoria motivazionale che gira sul web
Questo racconto è stato trasformato, da alcuni coach e motivatori, soprattutto sul web e social, in una metafora motivazionale: ogni volta che ci impegniamo in un progetto o nel raggiungimento di un obiettivo, dovremmo dedicarci completamente a esso, con tutte le nostre energie, il nostro tempo e le nostre risorse, eliminando ogni ripensamento o “piano B”.
Ma davvero funziona ed è utile in ogni situazione?
Bruciare le navi: attenzione agli assolutismi
Come accade per molte strategie psicologiche, gli assolutismi non sono mai d’aiuto. Nel nostro caso specifico, essere rigidi rispetto ai propri obiettivi, senza possibilità di riformularli o adattarli in corso d’opera sulla base dei risultati ottenuti, non è né utile né efficace, dal momento che non possiamo prevedere fin da subito come andranno le cose.
È certamente importante mettere tutto noi stessi nel raggiungimento di un obiettivo: le nostre energie, le nostre forze, le nostre risorse. Ma allo stesso tempo, non siamo in totale controllo di ciò che può accadere: imprevisti, difficoltà improvvise, cause di forza maggiore, oppure, semplicemente, la presenza di qualcuno più bravo o preparato che ci supera.
E allora la domanda sorge spontanea: cosa accadrebbe, in questi casi, se avessimo già “bruciato le navi”?
L’importanza del piano B
Molte persone considerano, erroneamente, l’idea di avere un piano B come una sorta di ammissione di fallimento anticipato o come il segnale di un impegno non totale verso il proprio obiettivo.
In realtà, un piano B può rivelarsi estremamente utile, perché ci permette di immaginare e percorrere un’altra strada comunque in linea con i nostri interessi e la nostra soddisfazione, anche se magari non così affascinante e desiderabile quanto la prima.
È però fondamentale sottolineare che il piano B non deve diventare una distrazione: se si chiama “B” c’è un motivo, ovvero viene dopo la “A”. Esiste solo nell’eventualità che la “A” non funzioni. Teniamocelo stretto, ma in disparte, pronto a essere rispolverato solo e soltanto se dovesse davvero servire.
Il consiglio dello psicologo
“Bruciare le navi” rappresenta una teoria psico-motivazionale curiosa e senz’altro affascinante. Tuttavia, come ogni argomento letto o sentito sul web, specialmente se proveniente da non psicologi, va preso con le pinze. Gli assolutismi, in psicologia, non servono mai: nella vita ci vuole sempre flessibilità.
Piccole eccezioni si potrebbero accettare in ambiti specifici, come le relazioni sentimentali: in tal caso, iniziare una storia con un piano B pronto non è certo l’atteggiamento ideale. Ma per tutto il resto, lavoro, università, concorsi, progetti personali, l’assolutismo non paga mai, rischiando solo di bloccarci di fronte all’imprevedibile.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
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