Hantavirus: come mai molte persone ne hanno paura? Ecco alcune linee guida per gestire l’incertezza.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
Negli ultimi giorni, l’attenzione della sanità internazionale e delle testate giornalistiche si sta focalizzando sul virus Andes (ANDV). Si tratta di una sottocategoria degli Hantavirus, un patogeno zoonotico che normalmente risiede nei roditori ma che, in questa variante specifica, rappresenta l’unico caso documentato capace di trasmettersi anche tra esseri umani.
La cronaca sta seguendo con apprensione le vicende della MV Hondius, una nave da crociera dove sono stati segnalati diversi casi di Sindrome Polmonare da Hantavirus (HPS), la patologia causata proprio da questo virus. A ciò si aggiungono reportage su messe in quarantena cautelative in varie parti del mondo, incluse quattro segnalazioni in Italia per sospetto contagio.
Leggere termini come “quarantena”, “isolamento” e “zoonosi” fa scattare inevitabilmente un campanello d’allarme. Per molti, il ricordo della pandemia del 2020 è ancora una ferita aperta e il timore di rivivere quei “fantasmi del passato” è palpabile. Tuttavia, oggi più che mai, è necessario imparare a gestire la paura, senza farsi prendere dal panico.
Panico da Hantavirus: alcune linee guida
Ecco alcuni punti da seguire per evitare di cedere alla paura:
- Niente allarmismi, ma sana prudenza: l’allarmismo è una reazione emotiva che ci porta a vedere minacce catastrofiche ovunque. La prudenza, invece, è una risposta razionale: significa sapere che le autorità stanno monitorando la situazione e che esistono protocolli precisi. Ricordiamoci che il virus Andes, sebbene serio, ha dinamiche di trasmissione molto diverse e molto più limitate rispetto al virus che abbiamo affrontato nel 2020.
- Attenti al sensazionalismo televisivo e ai social: il sistema dell’informazione vive spesso di “click” e “ascolti”, e la paura è il motore perfetto per catturare l’attenzione. Titoli gridati, musiche incalzanti e toni drammatici nei talk show non servono a informare, ma a creare uno stato di allerta costante. Questo tipo di esposizione continua attiva l’amigdala (la nostra centralina della paura), impedendo alla parte razionale del cervello di valutare i dati oggettivi.
- Informarsi solo su enti ufficiali: in un mare di notizie non verificate e “esperti” dell’ultimo minuto, l’unica ancora di salvezza sono le fonti istituzionali. Se senti nascere l’ansia, smetti di scorrere i social e consulta i siti ufficiali: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità (ISS), Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Questi enti forniscono dati basati su evidenze scientifiche e non su speculazioni. Se una notizia non compare su questi portali, molto probabilmente è un’esagerazione o una speculazione mediatica.
- Praticare il digital detox: non abbiamo bisogno di aggiornamenti ogni dieci minuti. Scegliamo un momento della giornata (ad esempio il mattino) per leggere le notizie da una fonte attendibile, e poi “stacchiamo la spina”. Rimanere costantemente connessi al flusso di notizie sui contagi non ci rende più sicuri, ci rende solo più fragili.
Hantavirus e Coronavirus: attenti a non creare collegamenti
È fondamentale, inoltre, prestare attenzione a un meccanismo automatico della nostra mente: il ragionamento per analogia. Quando sentiamo parlare di virus e navi in quarantena, il nostro cervello cerca nel passato un’esperienza simile per darci una spiegazione rapida, e il collegamento con il 2020 scatta quasi istantaneamente.
Tuttavia, sovrapporre Hantavirus e Coronavirus è un errore logico e scientifico che alimenta solo un’ansia inutile. I due patogeni hanno infatti una diversa modalità di trasmissione e una differente origine e diffusione.
Quando rivolgersi a uno psicologo?
Infine, non dobbiamo sottovalutare il peso emotivo che queste notizie portano con sé. Se leggere di nuovi virus o quarantene riattiva un’ansia paralizzante, palpitazioni o pensieri intrusivi, è importante riconoscere che non si tratta di semplice preoccupazione, ma di un segnale.
Per molte persone, la pandemia del 2020 non è stata solo una parentesi temporale, ma un evento traumatico che ha lasciato ferite profonde: lutti non elaborati, l’esperienza di patologie gravi o il trauma psicologico legato all’isolamento forzato o alla paura del contagio. Se questi “fantasmi” stanno tornando a bussare con forza, il passo più importante è chiedere aiuto.
Uno psicologo può aiutare a dare un nome alla paura e a capire che ciò che si prova oggi è spesso un riflesso condizionato dal dolore di ieri.
© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari
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