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Marco Magliozzi – Psicologo Bari

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Il fascino dell’autorità: come mai scegliamo leader estremisti?

Febbraio 2, 2026 By Marco Magliozzi

Negli ultimi anni, soprattutto nel mondo Occidentale, stanno emergendo sempre più leader politici estremisti. Ma come mai questo accade? Ce lo spiega la psicologia sociale.

© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

Lungo il complesso cammino della civiltà umana, la figura del leader autocratico, caratterizzato da tratti dominanti e inclinazioni tiranniche, è stata una costante storica. In epoche remote, una visione del comando così rigida trovava una sua logica funzionale: in contesti di scarsa alfabetizzazione di massa e dove la violenza e la coercizione erano considerate uno strumento politico normato, la guida autoritaria offriva una risposta immediata al bisogno primordiale di ordine e sicurezza.

Tuttavia, sorge un interrogativo spontaneo: come mai nel 2026 assistiamo a una rinascita di leadership così polarizzate? Com’è possibile che, proprio nelle democrazie occidentali avanzate, si torni a prediligere figure dai toni estremisti?

La psicologia sociale ci offre una chiave di lettura per comprendere questo fenomeno.

Il comportamento dei gruppi in momenti di incertezza

La psicologia sociale ci insegna che le dinamiche che regolano i piccoli gruppi sono scalabili fino a intere nazioni. In contesti storici segnati da incertezza, instabilità socio-economica e cambiamenti così rapidi da impedire un fisiologico adattamento, l’individuo sperimenta un senso di vulnerabilità profonda.

Questa condizione attiva una richiesta inconscia di sicurezza: quando la complessità del mondo esterno diventa eccessiva per essere elaborata, la psiche collettiva tende a regredire verso meccanismi di difesa primordiali. È in questo spazio di ansia che si inserisce il leader carismatico ed estremista.

Il bisogno di stabilità spinge quindi le masse ad affidarsi a figure che promettono soluzioni drastiche e immediate. La preferenza per leader dalle idee polarizzate non è casuale, ma risponde a precise necessità psicologiche:

  • Riduzione dell’ambiguità: in un mondo di “grigi”, il leader estremista offre una visione in “bianco e nero” che rassicura.
  • Comunicazione assertiva: la sicurezza ostentata dal leader funge da “specchio” per l’insicurezza del seguace, che si sente protetto da tale fermezza.
  • Identificazione proiettiva: il gruppo delega al leader il compito di risolvere i problemi, sollevando l’individuo dal peso della responsabilità e dell’incertezza.

In definitiva, la scelta di leader radicali nel 2026 non è un ritorno all’irrazionalità, ma un tentativo, seppur disfunzionale, della psiche umana di ritrovare un baricentro in un’epoca di caos.

Non importa la competenza del leader, ma la sicurezza che esprime

In un’epoca di crisi, la competenza tecnica passa in secondo piano rispetto alla presunta sicurezza. Stiamo assistendo a un fenomeno globale in cui il consenso non si costruisce sulle capacità specifiche, ma sulla capacità del leader di proiettare un’immagine di invulnerabilità.

Caratteristiche che in contesti di equilibrio verrebbero lette come critiche, sotto pressione sociale cambiano segno:

  • L’illusione della verità: il cervello umano, quando è sotto stress bio-psicologico, attiva scorciatoie cognitive che privilegiano la certezza immediata (anche se frutto di false promesse) rispetto alla verità oggettiva, spesso troppo faticosa da elaborare.
  • Narcisismo e Dominanza: tratti narcisistici e un atteggiamento dominante, vengono confusi con il carisma e la risolutezza.
  • Arroganza: viene percepita come assenza di dubbi, una dote rassicurante per chi vive nell’incertezza.

Questo meccanismo innesca un circolo vizioso nei gruppi. Invece di convergere verso posizioni moderate e riflessive, la massa tende alla polarizzazione. Il gruppo non cerca più un mediatore, ma un amplificatore: qualcuno che dia voce e legittimazione alle proprie paure, trasformandole in rabbia direzionata o in promesse di stabilità assoluta. In questo scenario, la voce del leader estremo non è solo ascoltata, ma diventa l’unica capace di sovrastare il rumore di fondo dell’ansia collettiva.

L’importanza di avere un nemico da sconfiggere!

Un elemento ricorrente nelle leadership polarizzanti è l’individuazione di un nemico comune, un bersaglio (reale o presunto) verso cui convogliare le tensioni collettive. Senza dover necessariamente scomodare i tragici esempi del passato, possiamo osservare come questa dinamica si ripresenti ciclicamente come una costante funzionale della comunicazione politica. Non è solo una strategia elettorale, ma risponde a una precisa architettura psicologica che agisce su due fronti:

  • Rafforzare il senso di appartenenza: l’identificazione di un avversario attiva immediatamente il senso di alleanza. Il gruppo si compatta non tanto attorno a un progetto costruttivo, quanto in opposizione a una minaccia esterna. Il “gioco di squadra” che ne deriva genera un’euforia collettiva: l’individuo smette di sentirsi solo e impotente, diventando parte di una missione condivisa per “sconfiggere i responsabili” del declino sociale.
  • Direzionare la rabbia e mascherare i reali problemi: invece di restare immobilizzati in un’angoscia astratta e paralizzante, la rabbia viene canalizzata verso un obiettivo concreto. Individuare un colpevole offre quindi l’illusione di avere una soluzione a portata di mano. Non solo: questo meccanismo agisce come una cortina fumogena. Mentre l’attenzione è focalizzata sul conflitto, la massa tende a ignorare i problemi reali complessi o l’eventuale carenza di competenze tecniche del leader.
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Il consiglio dello psicologo

Come psicologo, il mio intento non è addentrarmi nel terreno della dissertazione politica, bensì sottolineare quanto l’autoanalisi e la consapevolezza siano bussole indispensabili nel caos contemporaneo.

Viviamo un’epoca densa di “traumi collettivi”: siamo usciti da una pandemia globale per ritrovarci immediatamente proiettati nell’angoscia di un possibile conflitto mondiale. A queste paure macroscopiche si sommano le sfide quotidiane di molte famiglie: l’instabilità lavorativa, la disoccupazione e il percepito aumento della violenza nei contesti educativi e sociali. È innegabile: la civiltà occidentale sta attraversando una crisi profonda.

In questo scenario, la tentazione di cedere alla semplificazione è forte. Delegare la nostra ansia a chi promette certezze assolute attraverso urla, minacce o l’individuazione di “cattivi” da combattere è una forma di deresponsabilizzazione. La vera competenza non ha bisogno di toni estremi, la stabilità non si costruisce con l’esclusione.

La soluzione non risiede nel “salvatore di turno”, ma in un impegno collettivo basato su pilastri psicologici ed educativi solidi:

  • Informazione e pensiero critico: imparare a filtrare l’enorme mole di stimoli per distinguere la propaganda dalla realtà.
  • Educazione emotiva: promuovere attivamente la non-violenza, il rispetto e la gentilezza come strategie di convivenza, non come debolezze.
  • Responsabilità genitoriale: crescere figli sani e consapevoli significa educarli a tollerare l’incertezza senza cercare risposte autoritarie.

Scegliere la consapevolezza invece della paura significa smettere di essere spettatori passivi delle dinamiche di massa per diventare attori responsabili del proprio benessere e di quello della comunità.

© A cura di Dott. Marco Magliozzi – Psicologo Bari

Nell’ottica di una sana ed etica diffusione della cultura, si invita a citare la fonte e l’autore di questo articolo nel caso si desideri condividere – in tutto o in parte – il contenuto.

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